domenica 19 novembre 2017

Chiesa siriana ristrutturata con aiuti dei greco-cattolici ungheresi


Continua a grandi passi la ristrutturazione della chiesa cattolica greco-melchita di Al-Dmeine al-Sarqije in Siria, finanziata interamente dalle offerte della Metropolia Greco Cattolica ungherese. La somma della colletta, iniziata a marzo di quest’anno, è stata portata personalmente in Medio Oriente lo scorso giugno da Mons. Fülöp Kocsis, Metropolita della Chiesa Greco Cattolica ungherese. I 30 mila dollari raccolti tra marzo e giugno sono stati consegnati al parroco don Najím Garbi il quale continua a mandare notizie sull’avanzamento dei lavori. In questi giorni sono arrivati i materiali per riparare tutto il tetto della chiesa che verrà fatto con la collaborazione dei cittadini del paese.

La chiesa di Al-Dmeine al-Sarqije ristrutturata con fondi ungheresi
(foto: Magyar Kurír)
Il Metropolita Fülöp Kocsis in un’intervista prima del suo viaggio, effettuato nel giugno scorso, ha spiegato i motivi per cui ha voluto portare personalmente la somma del denaro in Medio Oriente. Il primo, perché la sicurezza in Siria è meglio garantita in questo modo rispetto ad un bonifico bancario; l’altro, perché l’incontro personale significa molto per le persone del posto. “La gente che vive in Medio Oriente ha speranza ed è fiduciosa, da una testimonianza importantissima della fede e della forza dell’uomo. I fedeli raccontano che battezzano anche tante persone musulmane, e nonostante la persecuzione, confessano la loro fede come i primi cristiani della storia della Chiesa. La testimonianza dei cristiani del Medio Oriente rafforza tutta la Chiesa cattolica e il mondo cristiano, dobbiamo aiutarli in ogni modo possibile e loro ci daranno in cambio un aiuto spirituale unico” – ha detto il Metropolita prima di partire per il Medio Oriente.

venerdì 17 novembre 2017

San Ladislao: pubblicato il volume biografico


È stato pubblicato in italiano e in inglese la breve biografia illustrata di uno dei santi più popolari in Ungheria: San Ladislao.

Il volume, inserito nella collana sui santi e beati dell’Editrice Velar, è stato scritto da due storici ungheresi appositamente per questa pubblicazione.

Il 23 novembre 2017 Mons. András Veres vescovo di Győr e presidente della Conferenza Episcopale Ungherese presenterà il volume presso l’Accademia d’Ungheria, alle 18:30. È proprio la città di Mons. Veres uno dei principali centri del culto di S. Ladislao: custodisce il busto reliquiario che ne contiene il cranio, capolavoro dell’arte orafa medievale ungherese.

L’evento richiamerà l’attenzione anche sugli aspetti del culto di questo santo ungherese in Italia: da Bologna ad Altomonte, passando per Assisi, Roma e Napoli.

giovedì 16 novembre 2017

Musica Sacra di Kodály a Roma



La musica sacra di Zoltán Kodály, famoso compositore ungherese del novecento ha risuonato forte nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma, dove l’11 novembre 2017 si è svolto il concerto di beneficenza, offerto dalla Città di Debrecen a favore delle opere del Circolo S. Pietro.



Il Maestro Dániel Somogyi-Tóth ha diretto il Coro e l’Orchestra Filarmonica “Kodály” di Debrecen.




Nel suo indirizzo di saluto l’Ambasciatore d’Ungheria Eduard Habsburg-Lothringen ha presentato la ragione dell’evento:
“Oggi è la festa di San Martino di Tours, originario della Pannonia, l’odierna Ungheria, conosciuto anche come il santo per eccellenza della carità, della condivisione. La sua festa, nonché la prima Giornata Mondiale dei Poveri, indetto da Papa Francesco, che celebreremo fra una settimana, presta una cornice di attualità all’iniziativa di questa sera. Un’iniziativa che intende essere un piccolo gesto di omaggio dell’Ungheria nei confronti di Roma, città del Papa e, allo stesso tempo, un gesto di condivisione: condivisione delle ricchezze artistiche e spirituali che abbiamo in Ungheria e che vorremmo offrire volentieri ai nostri amici di Roma, e, in primo luogo, al Circolo S. Pietro.”

A nome del Circolo S. Pietro ha salutato i presenti l’economo generale Riccardo Rosci.

Il Reverendo Károly Fekete, vescovo protestante della Circoscrizione Transtibiscana della Chiesa Riformata in Ungheria ha portato i saluti della sua città ed ha anche presentato brevemente alcuni aspetti dei brani musicali eseguiti durante il concerto: il “Psalmus Hungaricus”, il mottetto “Gesù e i mercanti del tempio”, nonché il possente “Te Deum di Buda”.






venerdì 10 novembre 2017

Concerto di Musica Sacra a favore del Circolo S. Pietro


In occasione di due ricorrenze significative, come la festa di San Martino di Tours (11 novembre), uno dei Patroni dell’Ungheria e universalmente riconosciuto come il santo della carità e della condivisione, nonché la prima Giornata Mondiale dei Poveri (19 novembre), istituita da Papa Francesco, l’Ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede, in collaborazione con la città ungherese di Debrecen e con il Circolo S. Pietro ha organizzato un concerto di beneficenza per il Circolo S. Pietro, a favore dei poveri di Roma.

Il concerto, che si terrà l’11 novembre alle ore 20 nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella (Chiesa Nuova) di Roma, è offerto dal Comune di Debrecen e vedrà la partecipazione del Coro e dell’Orchestra Filarmonica “Kodály” della medesima città.


Sul programma tre brani di musica sacra del grande compositore ungherese Zoltán Kodály (1882-1967), del quale quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa.

  • Il “Psalmus Hungaricus” è una cantata, composta nel 1923, basata su una traduzione ungherese del XVI secolo del Salmo 55.
  • Il mottetto “Gesù e i mercanti del tempio” (del 1934) è ispirato dal noto brano del Vangelo di Giovanni (Gv, 2,13-16).
  • Il “Te Deum di Buda” è l’inno di lode composto per il 250mo anniversario della liberazione dell’Ungheria dal dominio ottomano (1936).



I Filarmonici Kodály di Debrecen uniscono il lavoro dei due maggiori gruppi musicali della città: l’Orchestra Filarmonica ed il Coro Kodály. L’Orchestra pluripremiata attualmente è diretta dal Maestro Dániel Somogyi-Tóth e vanta un repertorio di opere prevalentemente ungheresi, in particolare musiche di Z. Kodály, F. Liszt, F. Erkel. Il coro ha al suo attivo un repertorio vastissimo di opere che vanno dai canti a cappella, oratori più importanti della musica europea alle composizioni contemporanee per coro.

Zoltán Kodály – pedagogia della musica sacra


Sepolcro di Zoltán Kodály nel cimitero di Farkasrét (Budapest)
Ricorrono quest’anno il 50º anniversario della morte e il 135º anniversario della nascita del grande compositore ungherese, Zoltán Kodály. Oltre ad essere un compositore fu anche musicologo, professore di musica, etnomusicologo, nonché educatore, una carriera che lo ha fatto diventare uno dei personaggi più famosi e conosciuti di tutta la storia del paese. É stato, prima di tutto, una persona di fede, la cui opera rappresenta una risorsa per la Chiesa in Ungheria.

Nacque a Kecskemét il 16 dicembre nel 1882. Si laureò in letteratura ungherese e in lingua tedesca, e studiò all’Accademia di Musica di Budapest. Il suo campo principale fu lo studio e la raccolta delle melodie arcaiche di tradizione orale ungherese. In questo lavoro ha collaborato molto con un altrettanto importante e conosciuto compositore ungherese, Béla Bartók.

Kodály, in seguito, s’interessò anche al problema dell’educazione musicale ed elaborò molti brani a scopi educativi per le scuole e diversi libri didattici, avendo così un profondo effetto nell’educazione musicale, sia in Ungheria che all’estero. Il cosiddetto “Metodo Kodály” racchiude le idee didattiche musicali di Kodály, anche se il suo lavoro non formò un metodo completo, ma tracciò una serie di principi da seguire nell’insegnamento.

L’opera di Kodály nell’ambito della musica sacra è altrettanto importante. Anche se non ha mai propriamente insegnato musica sacra, lo si può definire come “pedagogo della musica sacra”. Il suo scopo primario fu quello di evidenziare i valori della vita e condurre i suoi ascoltatori agli stili principali della musica sacra europea. Il canto gregoriano, il linguaggio musicale della polifonia classica, le melodie del salterio ginevrino, la polifonia di Johann Sebastian Bach, i canti popolari religiosi ungheresi del secolo XVI-XVII, le melodie classiche di Haydn, il linguaggio trascendentale della musica di Liszt hanno formato e arricchito la fantasia delle composizioni di Kodály.

Il 19 novembre del 1923 debuttò una delle sue opere più famose, il “Psalmus Hungaricus” (Salmo Ungherese), scritta per il giubileo dell’unificazione delle città di Buda e di Pest. Kodály riuscì a cogliere lo spirito della musica popolare ungherese che risulta radicato nella tradizione musicale cristiana occidentale così come nell’altra famosa composizione religiosa, il “Te Deum del Castello di Buda”.

Negli anni ’30 Kodály fondò delle riviste specializzate e cercò di contribuire alla riforma della musica sacra della Chiesa cattolica e di migliorare l’educazione musicale in Ungheria.

Durante la seconda guerra mondiale Kodály visse l’assedio di Budapest (inverno 1944/1945) nascosto nelle cantine rifugio della capitale. Compose in quei giorni la “Missa Brevis”, una supplica per la pace. Dopo la guerra ebbe un ruolo importante nella rinascita culturale e spirituale del Paese. Tra il 1946 e il 1949 fu presidente dell’Accademia Ungherese delle Scienze e viaggiò sia in Europa che negli Stati Uniti, tenendo conferenze soprattutto sulla musica popolare e sulla pedagogia musicale.

È noto l’aneddoto come avrebbe “salvato” l’inno nazionale ungherese quando il regime comunista gli chiese di comporre uno nuovo (al posto di quello, tuttora in uso, che inizia con il nome di Dio…). Morì a Budapest il 6 marzo 1967 e riposa nel cimitero di Farkasrét.

Le parole di Kodály: “La musica è di tutti” rispecchiano bene tutta la sua opera di vita. Avvicinare le persone alla musica sin da piccoli, far conoscere la propria cultura attraverso la musica, far amare la musica a tutti perché la musica è di tutti. La diffusa cultura musicale in Ungheria deve molto al suo impegno.

giovedì 9 novembre 2017

Riconosciuto il martirio di János Brenner


Grande gioia in Ungheria per il decreto con cui Papa Francesco ha riconosciuto il martirio di János Brenner, giovane sacerdote ungherese vittima della repressione comunista. L’atteso riconoscimento è arrivato proprio durante l’anno memoriale indetto dalla Diocesi di Szombathely per il 60mo anniversario della morte di don János.

János Brenner nacque il 27 dicembre 1931 a Szombathely (Ungheria). Ebbe altri due fratelli sacerdoti e fu ordinato il 19 giugno 1955. Svolse il suo ministero come vicario parrocchiale, attivo soprattutto tra i giovani. A quei tempi ciò fu considerato un peccato grave dal regime comunista e così decisero di eliminarlo. Durante la notte del 15 dicembre 1957 János Brenner venne chiamato d’urgenza ad un malato, ma si trattò di una vera e propria imboscata.

Sul tragitto dalla parrocchia di Rábakethely al vicino paese di Zsida venne assalito e ucciso con trentadue coltellate. Morendo, continuava a proteggere il Viatico, l'Eucaristia che portava con sé per il malato.
Il luogo del martirio di János Brenner, con la cappella votiva
Quest’anno la sua diocesi di Szombathely lo commemora con diverse iniziative pastorali che culmineranno con la messa nel sessantesimo anniversario del martirio, il 15 dicembre 2017, vicino alla sua tomba nella chiesa di San Quirino a Szombathely. Da sempre la testimonianza pastorale e poi il martirio di János Brenner è stato una grande risorsa spirituale per i sacerdoti della sua diocesi come pure per i fedeli.
Il rocchetto che János Brenner indossava quando subì il martirio
(foto: Magyar Kurír)

Beatificato vent’anni fa: Vilmos Apor, il pastore che offrì la vita per il proprio gregge



Venti anni fa, il 9 novembre 1997, è stato elevato all’onore degli altari Vilmos Apor, vescovo di Győr (Ungheria). È stata la prima beatificazione ungherese dopo la caduta del comunismo. Simbolicamente, nella sua persona è stato onorato uno dei primi martiri dell’occupazione sovietica dell’Ungheria.

Vilmos Apor, infatti, è stato colpito a morte il giorno del Venerdì Santo del 1945 dai soldati sovietici che, dopo la presa della città di Győr, volevano portarsi via le donne rifugiatesi nel palazzo episcopale. Il vescovo si oppose fermamente e con il suo sacrificio riuscì a salvare le persone che si erano affidate a lui. Morì dopo tre giorni di agonia, il lunedì di Pasqua (2 aprile).
Statua di Vilmos Apor nell'omonima piazza di Budapest
Altri simili martiri attendono ancora la beatificazione, come la Serva di Dio, Mária Magdolna Bódi, giovane operaia morta per mano di soldati, il 23 marzo 1945, difendendo la propria castità. Oppure il Sacerdote Kornél Hummel il quale, dopo aver contribuito a salvare gli ebrei perseguitati ha difeso le ragazze dell’istituto per ciechi di Budapest e per questo è stato ucciso dai soldati sovietici il 17 gennaio 1945.


Dopo la beatificazione di Vilmos Apor, celebrata su piazza San Pietro, S. Giovanni Paolo II ha esortato i pellegrini ungheresi con le seguenti parole:

Beatificazione di Vilmos Apor,
9 novembre 1997
“La croce fortifica il debole e rende mite il forte – Il motto scelto dal Vescovo e martire ungherese Vilmos Apor costituisce una mirabile sintesi del suo itinerario spirituale e del suo ministero pastorale. Forte della verità del Vangelo e dell'amore a Cristo, egli alzò con coraggio la propria voce per difendere sempre i più deboli dalle violenze e dai soprusi. Durante gli anni difficili del secondo conflitto mondiale si prodigò instancabilmente ad alleviare la povertà e le sofferenze della sua gente. Il fattivo amore per il gregge a lui affidato lo condusse a mettere a disposizione degli sfollati a motivo della guerra anche il palazzo vescovile, difendendo i più esposti ai pericoli anche a rischio della propria vita. Il suo martirio, avvenuto il Venerdì Santo del 1945, fu degno coronamento di una esistenza tutta segnata dall'intima partecipazione alla Croce di Cristo. La sua testimonianza evangelica sia per voi, carissimi Fratelli e Sorelle d'Ungheria, uno stimolo costante a sempre maggiore dedizione nel servire Cristo e i fratelli.”

Nel Martirologio Romano il Beato Vilmos Apor è commemorato il 2 aprile, anniversario della sua morte, mentre in Ungheria lo si celebra il 23 maggio, giorno della traslazione del suo corpo. Infatti, durante l’occupazione sovietica non lo si poteva venerare, né tumularlo nella sua cattedrale e quindi è stato deposto nella cripta di un’altra chiesa della città. Solo verso la fine del comunismo, nel 1986 è stato possibile trasferire la sua tomba nella cappella laterale della Cattedrale di Győr, dove poi, in occasione della sua seconda visita in Ungheria, anche San Giovanni Paolo II ha voluto venerarlo nel 1996.

Il Beato Vilmos Apor fu fratello dell’ultimo ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, il barone Gábor Apor che dopo la seconda guerra mondiale non fece più ritorno in patria ma visse a Roma come dignitario dell’Ordine di Malta.
Il memoriale del martirio a Győr
Il culto del beato vescovo si è diffuso in tutta l’Ungheria. Il luogo del suo martirio, la cantina del palazzo episcopale di Győr, oggi è stato trasformato in un memoriale (si vedono tuttora i segni dei proiettili mortali) e fa parte del circuito del Museo Diocesano. Un bassorilievo, opera di Ferenc Lebó, lo raffigura nella Cappella Magna Domina Hungarorum delle Grotte Vaticane.
Il Beato Vilmos Apor
bassorilievo nelle Grotte Vaticane


martedì 7 novembre 2017

Caduti ungheresi della Grande Guerra ricordati a Roma


Nella cripta della Chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma sono sepolte le spoglie mortali di 456 militari dell’esercito austro-ungarico deceduti in Italia. Si tratta di prigionieri di guerra, di malati e feriti che non hanno più potuto far ritorno in patria. Nel 1937 i loro resi sono stati riesumati dai vari cimiteri della regione e traslati nella Chiesa dell’Anima, considerata chiesa nazionale degli austriaci e già sotto la protezione della Casa d’Asburgo. Nel 1953 una cappella della chiesa medesima è stata trasformata in un memoriale dei caduti.
Sepolcro dei soldati austro-ungarici nella cripta
della Chiesa di S. Maria dell'Anima
Quest’anno, a 80 anni esatti dalla traslazione delle spoglie, la comunità ungherese di Roma ha voluto ravvivare la pia tradizione, caduta in disuso dopo la seconda guerra mondiale, di rendere omaggio a questi soldati, tra i quali vi erano molti ungheresi.
S. Messa di suffragio nella Chiesa di S. Maria dell'Anima, 2 novembre 2017
Il 2 novembre, al termine della S. Messa in suffragio dei defunti, la commemorazione ha proseguito nella cripta, illuminata da candele. Il rito è stato celebrato dal rettore Mons. Franz Xaver Brandmayr, assieme ai sacerdoti di lingua tedesca, nonché a quelli ungheresi residenti in Urbe che hanno pregato anche nella loro lingua. Presente pure la delegazione dell’Ambasciata d’Ungheria presso la S. Sede.
L’iscrizione latina della lapide posta sopra la tomba dei caduti ne tramanda la storia:

456 MILITES EXERCITUS AUSTRO – HUNGARICI
QUI IN BELLO IMMANI 1914 – 1918 IN DIVERSIS NOSOCOMIIS
URBIS EIUSQUE SUBURBII DIEM OBIERANT SUPREMUM
DIE 26 OCTOBRIS 1937 E VARIIS COEMETERIIS IN ECCLESIAM
S. MARIAE DE ANIMA IN URBE HONORIFICE TRANSLATI SUNT
ET IN CRYPTA SUB SACELLO EORUM PIAE MEMORIAE
DEDICATO HIC SEPULTI
UT APTIUS EORUM EXUVIAE RECONDI POSSENT
SEPULTURAE LOCUS ANNO DEMUM 1953
IN NOVAM REDACTUS EST FORMAM

TUIS DA SERVIS MITISSIME PATER VITAE AETERNAE
CORONAM

Nella cappella sovrastante un’iscrizione latina ricorda in particolare i caduti ungheresi:

HUNGARICORUM
PIAM IN MEMORIAM
HEROUM
MORTIFERA
OB VULNERA
EX IMMANE BELLO
UNIVERSALI
1915 – 1918
GESTA DECESSORUM
IN URBE

(ÉMA)

Tombe ungheresi al Verano


Ogni anno la comunità ungherese di Roma rende omaggio ai propri defunti del Cimitero monumentale del Verano. Anche quest’anno il 1 novembre si è tenuto il consueto momento di preghiera, guidato da Mons. László Németh, coordinatore pastorale degli ungheresi in Italia.
La comunità ungherese ha reso omaggio ai propri defunti al Verano
Al Verano vi sono, oltre a diverse sepolture di sacerdoti e religiosi ungheresi, tre tombe che appartengono alla comunità ungherese.

Una di esse appartiene ai cavalieri ungheresi dell’Ordine di Malta che vissero in esilio durante il comunismo. Tra loro riposa anche il barone Gábor Apor (+1969), ultimo ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede ai temi della seconda guerra mondiale.

Una seconda tomba fu acquistata dall’Accademia d’Ungheria e contiene le spoglie di due ungheresi deceduti improvvisamente durante i loro studi a Roma: il sacerdote Lajos Kovács (+1929) e il pittore János Árpád Göbel (+1931).

La terza tomba invece raccoglie le spoglie mortali della comunità cattolica ungherese di Roma sin dagli anni 1960.

giovedì 19 ottobre 2017

It’s possible for European politics to help Christians – Prime Minister Viktor Orbán’s speech at the International Consultation on Christian Persecution (12 October 2017, Budapest)


Your Holiness, Your Excellencies and Eminences, Esteemed Church and Secular Leaders,


Welcome to Budapest. Today I do not wish to talk about the persecution of Christians in Europe. The persecution of Christians in Europe operates with sophisticated and refined methods of an intellectual nature. It is undoubtedly unfair, it is discriminatory, sometimes it is even painful; but although it has negative impacts, it is tolerable. It cannot be compared to the brutal physical persecution which our Christian brothers and sisters have to endure in Africa and the Middle East. Today I’d like to say a few words about this form of persecution of Christians. We have gathered here from all over the world in order to find responses to a crisis that for too long has been concealed. We have come from different countries, yet there’s something that links us – the leaders of Christian communities and Christian politicians. We call this the responsibility of the watchman. In the Book of Ezekiel we read that if a watchman sees the enemy approaching and does not sound the alarm, the Lord will hold that watchman accountable for the deaths of those killed as a result of his inaction.

PM Viktor Orbán addressing the conference on persecuted Christians (foto: MTI)


A great many times over the course of our history we Hungarians have had to fight to remain Christian and Hungarian. For centuries we fought on our homeland’s southern borders, defending the whole of Christian Europe, while in the twentieth century we were the victims of the communist dictatorship’s persecution of Christians. Here, in this room, there are some people older than me who have experienced first-hand what it means to live as a devout Christian under a despotic regime. For us, therefore, it is today a cruel, absurd joke of fate for us to be once again living our lives as members of a community under siege. For wherever we may live around the world – whether we’re Roman Catholics, Protestants, Orthodox Christians or Copts – we are members of a common body, and of a single, diverse and large community. Our mission is to preserve and protect this community. This responsibility requires us, first of all, to liberate public discourse about the current state of affairs from the shackles of political correctness and human rights incantations which conflate everything with everything else. We are duty-bound to use straightforward language in describing the events that are taking place around us, and to identify the dangers that threaten us. The truth always begins with the statement of facts. Today it is a fact that Christianity is the world’s most persecuted religion. It is a fact that 215 million Christians in 108 countries around the world are suffering some form of persecution. It is a fact that four out of every five people oppressed due to their religion are Christians. It is a fact that in Iraq in 2015 a Christian was killed every five minutes because of their religious belief. It is a fact that we see little coverage of these events in the international press, and it is also a fact that one needs a magnifying glass to find political statements condemning the persecution of Christians. But the world’s attention needs to be drawn to the crimes that have been committed against Christians in recent years. The world should understand that in fact today’s persecutions of Christians foreshadow global processes. The world should understand that the forced expulsion of Christian communities and the tragedies of families and children living in some parts of the Middle East and Africa have a wider significance: in fact they threaten our European values. The world should understand that what is at stake today is nothing less than the future of the European way of life, and of our identity.


We must call the threats we’re facing by their proper names. The greatest danger we face today is the indifferent, apathetic silence of a Europe, which denies its Christian roots. However unbelievable it may seem today, the fate of Christians in the Middle East should bring home to Europe that what is happening over there may also happen to us. Europe, however, is forcefully pursuing an immigration policy, which results in letting extremists, dangerous extremists, into the territory of the European Union. A group of Europe’s intellectual and political leaders wishes to create a mixed society in Europe, which, within just a few generations, will utterly transform the cultural and ethnic composition of our continent – and consequently its Christian identity.

mercoledì 18 ottobre 2017

A Budapest una consultazione internazionale sui cristiani perseguitati



Oltre trecento persone provenienti da 32 paesi hanno partecipato a Budapest ad un convegno di due giorni sul tema dell’aiuto ai cristiani perseguitati. I capi religiosi di una decina di chiese cristiane hanno portato la propria testimonianza, tra altri il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, Ignazio Efrem II, il Patriarca siro-cattolico di Antiochia, Ignazio Youssef III Younan, Mons. Basan Matti Warda arcivescovo della Chiesa Caldea, nonché Hilarion Alfeev, metropolita di Volokolamsk e presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca.

Consultazione internazionale sui cristiani perseguitati - Budapest
La “Consultazione internazionale sulla persecuzione deicristiani – Soluzioni adeguate per una crisi a lungo dimenticata” è stata organizzata dal Ministero delle Risorse Umane ungherese il 12-13 ottobre, primo evento di questo genere realizzata su iniziativa governativa. Ad inaugurare il convegno è stato, da parte ecclesiale, Mons. András Veres, presidente della Conferenza Episcopale Ungherese e da parte statale il Primo Ministro Viktor Orbán. Tra i relatori, oltre ai capi religiosi, figuravano Jan Figel, inviato speciale della Commissione Europea per la promozione della libertà di religione e l’eurodeputato György Hölvényi, co-presidente del Servizio per il dialogo interreligioso e le attività interculturali del Partito Popolare Europeo, il Vice-Primo Ministro ungherese Zsolt Semjén e il Ministro degli esteri Péter Szijjártó. Hanno arricchito la conferenza internazionale con la loro testimonianza alcuni studenti dall’Iraq, dalla Nigeria e dall’Egitto che studiano in Ungheria con la borsa di studio governativa.
Mons. András Veres, presidente della Conferenza Episcopale Ungherese
(Foto: Magyar Kurír)
Mons. Veres ha richiamato l’attenzione sulle parole di Gesù: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20) – per un cristiano non sono sconosciute queste parole, infatti i cristiani perseguitati nel mondo vengono offesi ripetutamente nella loro dignità, nella loro identità, nella loro esistenza cristiana. L’incoraggiamento di Gesù, cioè “Beati i perseguitati per motivi di giustizia, perché loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia” ha dato e tuttora dà la forza ai cristiani di resistere alle persecuzioni. Negli ultimi duemila anni i potenti non sono riusciti a capire che le persecuzioni non indeboliscono ma rafforzano la Chiesa di Cristo, e noi abbiamo la speranza che le persecuzioni di oggi in Africa, in Europa o in Medio Oriente, serviranno ancora una volta a rafforzare la Chiesa. Gli ungheresi possono immedesimarsi con i fratelli cristiani perseguitati, infatti, l’invasione dei tartari, l’occupazione turca e l’oppressione sovietica, hanno duramente provato il cristianesimo in Ungheria. Attraverso l’esperienza dei secoli possiamo non solo capire ma soffrire insieme, cioè provare la “compassione” nel nostro cuore con i fratelli cristiani perseguitati – ha spiegato Mons. Veres.
Nel suo discorso il presidente della Conferenza Episcopale Ungherese ha richiamato l’attenzione su fenomeni preoccupanti nei confronti dei cristiani in Europa. Si tratta non solo dei casi eclatanti di violenza come l1uccisione del sacerdote in Francia, ma anche di fenomeni di insulto alla fede cristiana giorno dopo giorno: togliere i simboli cristiani, schernire i sentimenti religiosi o gli oggetti sacri, oppure attaccare, nel nome dei “media indipendenti”, le persone che hanno un’opinione diversa. Quest’atteggiamento può portare a un odio forte, persino sanguinoso. Le manifestazioni contro i cristiani non mancano neanche in Ungheria – ha detto Mons. Veres. Il coraggio dei cristiani in Medio Oriente ci stupisce e ci porta di fare un esame di coscienza. Ci chiede di domandare: noi quanto siamo pronti a soffrire o perfino a morire per la nostra fede? Le iniziative, come questa conferenza, aiutano a sensibilizzare la società su questo problema grave della nostra epoca, cioè prestare attenzione alla persecuzione dei cristiani nel mondo e all’odio sempre più forte verso i cristiani.

Alcuni protagonisti della conferenza
(foto: Magyar Kurír)
Il primo ministro ungherese, Viktor Orbán nel suo discorso ha affermato che, dopo aver ascoltato i diversi capi delle Chiese dell’Africa e del Medio Oriente, il governo ungherese intende e intenderà aiutare i cristiani iracheni, siriani e nigeriani per poter tornare nella loro patria. Dobbiamo riconoscere che oggi la religione più perseguitata nel mondo è quella cristiana. L’Ungheria è un paese stabile e vuole prendere la difesa dei perseguitati, destinando gli aiuti dove ce n’è bisogno.
Il Ministro delle Risorse Umane Zoltán Balog, ricordando il quinto centenario della Riforma Protestante, ha ripetuto l’importanza della collaborazione di tutti i cristiani: dobbiamo lavorare insieme per il bene dell’umanità.
Secondo l’On. György Hölvényi, co-presidente del Servizio per il dialogo interreligioso e le attività interculturali del Partito Popolare Europeo, i politici europei non hanno ancora capito bene: i capi delle chiese perseguitate ci dicono che i cristiani vogliono vivere nella loro terra, dove sono stati battezzati. L’indifferenza ci impedisce di vedere che la catastrofe in Medio Oriente riguarda le radici del cristianesimo.
Il metropolita Hilarion, in rappresentanza del Patriarcato di Mosca, ripercorrendo la situazione dei cristiani in Siria e Iraq, nonché le iniziative già in atto a loro favore ha indicato come segnale positivo la crescente collaborazione tra le comunità cristiane a favore dei fratelli perseguitati. Elogiando anche le iniziative ungheresi ha ribadito che la ulteriore diminuzione della presenza cristiana nel medio Oriente sarebbe una catastrofe per la civiltà.




sabato 14 ottobre 2017

Prime Minister Viktor Orbán: we must protect the foundations for life that have their origins in Christianity


Prime Minister Viktor Orbán has addressed, on September 16 the Congress of the Federation of Christian Intellectuals held in the palace of the Hungarian Parliament in Budapest on the topic Hungarians in the Christian Europe. Here are some excerpts from his speech (translation by Prime Minister’s Cabinet Office).

 
PM Viktor Orbán addresses Congress of Hungarian Christian Intellectuals
(Foto: www.esztergomi-ersekseg.hu)

* * *

 

I’d like to make it clear, Ladies and Gentlemen, that the Government greatly appreciates the work of Christian churches and the civic communities organised around them. We greatly appreciate it, and I also greatly appreciate it. The first sentence of my political credo is that in politics and the country’s leadership one can never be smart enough on one’s own: one always needs a place where one can discuss and consider with others the things one sees fit to think and act upon. This is another reason why the Government welcomes the work of the Christian churches and the civil organisations organised around them. And I am also convinced, Ladies and Gentlemen – and the Government shares this conviction – that what is good for Hungarian Christians is also good for Hungary.

(…) If there’s something we can cite as an argument in favour of the current Government, it is that whenever possible it has stated its case in an open, straightforward and sincere manner. With regard to its intentions it has never beaten about the bush, and I don’t want to do that today. We should openly express and profess our goals: we want a Hungarian Hungary and a European Europe. This is only possible if we likewise openly profess that we want a Christian Hungary in a Christian Europe. We are convinced that this is not just an acceptance of the past. We believe in the concept which József Antall left us: that this alone has a future.

I shall make a brief digression on a single point involved in the relationship between Christianity and politics. Political parties inspired by Christian thinking are often criticised on the grounds that they have no right to claim for themselves the duty and mission of defending Christianity. I have thought a great deal about this criticism, which is sometimes levelled at us – even from within the churches. And at the bottom of it I’ve found something which we would do well to consider, because if we think about it carefully, defending Christianity is indeed not the duty of politics. Defending Christianity is the duty of others playing their roles in modern society. But then how should we define the duty of Christian politics? I’m convinced that it is the duty, the mission of political parties, Christian-inspired political parties, to defend the human foundations for life which have their origins in Christianity. We do not need to engage in theological and dogmatic struggles, but we must defend the foundations for life, which have their origins in Christianity. One such foundation for life, for instance, is the individual and their dignity: the human being, as we envisage him or her. Another foundation for life that we must defend is the family. The nation is likewise a foundation for life that we must defend, and we must also defend our faith communities, our Churches. We are not trying to defend Christianity in a theological and dogmatic sense, but in Hungary – as well as in Europe – we are seeking to protect the foundations for life that have their origins in Christianity. This therefore enables Christian-inspired political parties to win more votes and support than the number of practising Christians in a given society, as the person and personal dignity are not only important for believers. The family is important not only for those who have strong links with God. The nation is promoted and cherished not only by those who find a link between its existence and the will of the Creator, but also by those who are unable or unwilling to make this intellectual or spiritual link. This clearly indicates that Christian-inspired politics – if it defines its role well and sets out to defend the social foundations for life originating in Christianity – can rightly lay claim to the support of a community which is wider than that of practising Christians. (…)

venerdì 13 ottobre 2017

Cardinale Erdő sulla vocazione centro-europea: fedeltà all’eredità cristiana e nuove soluzioni alle sfide contemporanee


Il Cardinale Péter Erdő, Primate d’Ungheria è intervenuto all’11 Congresso dell’Associazione Intellettuali Cristiani ungheresi (KÉSZ) sul tema “Gli ungheresi nell’Europa cristiana” organizzata il 16 settembre scorso, nel parlamento di Budapest. Pubblichiamo, nella nostra traduzione, alcuni brani del discorso del Cardinale Erdő.

 
Card. Erdő al Congresso della KÉSZ
(Foto: Magyar Kurír)
* * *

 

Considerato attraverso i fatti della storia, il cristianesimo potrebbe sembrare la struttura di un’organizzazione statale e sociale. Ma si tratta di molto di più. Si tratta di quella religione mondiale molto concreta, che risale alla persona di Gesù di Nazareth e che ha formato la comunità dei suoi seguaci. La cultura ha sempre bisogno di una visione del mondo, di qualche principio guida secondo cui si organizza la vita della comunità. In Europa il cristianesimo si rivelò una forza organizzativa. Rispetto ai tempi antichi, quando i titolari del potere politico erano quasi tutte persone di fede e la religione era ufficialmente connessa alla vita pubblica, l’Europa odierna ha un’immagine del tutto diversa.

In effetti, non si può dire che la vita pubblica sia organizzata dalla religione cristiana come tale, ma piuttosto dietro le più importanti strutture si nasconde una visione sempre più indipendente dalle religioni. Allo stesso tempo però, a mio parere, del cristianesimo non si ha solo la memoria, ma vi sono anche dei segni vivaci ed efficaci in tutta l’Europa.

Il fatto che l’immagine delle nostre città e dei nostri villaggi tuttora è caratterizzata, o viene resa unica, dalle chiese cristiane, è sicuramente un segno di questo. E queste chiese, nella maggior parte dei paesi d’Europa – anche se non in tutti –, tuttora hanno la funzione di culto, con la loro architettura fanno riferimento a quella completezza della realtà in cui il mondo materiale trova la sua ragione e il suo valore nell’espressione dell’amore e della sapienza del Creatore. Queste chiese si aprono sulle piazze e sulle strade, solo in pochi paesi è imposto ufficialmente che il loro accesso si apra da un cortile interno. In queste chiese, come ad esempio in Albania o nel territorio dell’ex Unione Sovietica, dopo lunghi decenni la vita religiosa ha potuto ricominciare, recuperando così la loro funzione originaria. Il cristianesimo è presente in numerose statue pubbliche, nelle croci e nelle raffigurazioni, nei nomi delle persone e degli istituti. In Europa stanno cambiando anche le abitudini di denominazione, ma nonostante questo in tanti paesi la maggioranza delle persone porta ancora un nome cristiano. Infatti, il nome significa che scegliamo quel santo come nostro protettore e modello di vita.

In Europa e in tutto il mondo occidentale calcoliamo il tempo dalla nascita di Cristo e perciò siamo nel 2017; nella nostra cultura la domenica è giorno festivo, ovvero il giorno in cui i cristiani sin dai primi tempi festeggiano la risurrezione di Gesù perché furono convinti, in base ai fatti, che Cristo era risorto all’alba del primo giorno dopo il sabato. Mentre il mondo babilonese usava il sistema a sei cifre, l’ebraismo, dopo i sei giorni di lavoro dedicava il settimo alla preghiera e al riposo, e noi cristiani, rispettando la resurrezione di Cristo, abbiamo i sette giorni della settimana e celebriamo la domenica come pausa. Durante le Rivoluzione Francese si voleva introdurre un sistema diverso di computo del tempo, non solo calcolando gli anni a partire da un’altra data, ma cambiando anche l’ordine settimanale in decadi, ovvero un ordine di 10 giorni. Questo calendario rivoluzionario ebbe una vita breve, durò dal 1793 al 1805. Quando cerchiamo di individuare i segni del cristianesimo sull’aspetto dell’Europa odierna ci accorgiamo inevitabilmente dell’eredità legale. Le leggi degli stati europei, e soprattutto i grandi codici, stabiliscono diverse istituzioni sociali, regole di convivenza e di comportamento che si sono formate lungo i secoli sotto l’influenza della fede cristiana. Il concetto della dignità umana, l’istituzione del matrimonio, che negli ultimi tempi è stato riformulato in diversi posti, oppure l’elenco antico, classico dei diritti umani, sono in rapporto profondo con i 10 comandamenti e con i valori evangelici.

Tutti questi ricordi non sono solo cimeli da museo, ma riescono tuttora comunicare quel segreto che rende la nostra vita preziosa e significativa: l’esistenza di Dio, il suo Amore per noi, il suo progetto di salvezza e di creazione. Si tratta di una eredità, e come tutte le eredità, anche questa necessita di essere gestita. La si può sperperare, sprecare, come un erede indegno fa dell’eredità dei suoi nonni, oppure la si può apprezzare, rilanciare e, in una luce nuova, metterla al centro della nostra vita. Di questo rinnovamento i popoli dell’Europa Centro-orientale hanno già delle esperienze, che varrebbe la pena di riscoprire, utilizzare e condividere con il resto del mondo. Possiamo perciò giustamente affermare che la nostra regione ha una vocazione speciale: pur rimanendo fedeli all’eredità cristiana trovare nuove soluzioni alle nuove sfide.

martedì 3 ottobre 2017


CONCERTO D’ORGANO

DEL MAESTRO 

László Attila Almásy 

in occasione del 

VI. CONVEGNO INTERNAZIONALE “HAGIOTHECA” 

 

5 ottobre 2017, ore 20:30 

Chiesa di Santa Dorotea a Porta Settimiana
(Via di Santa Dorotea, 23 - 00153 Roma)

ingresso libero

PROGRAMMA:

mercoledì 27 settembre 2017

6th International Hagiotheca Conference - The Saints of Rome



The Hungarian Association for Hagiographical Studies,
in cooperation with Hagiotheca, the Croatian Hagiography Society,

with the patronage of the Pontifical Council for Culture,

Logo Pontifical Council for Culture

present

the 6th International Hagiotheca Conference

The Saints of Rome: Diffusion and Reception from Late Antiquity to the Early Modern Period

 

Rome, 4-6 October 2017

Accademia d’Ungheria in Roma
Palazzo Falconieri, Via Giulia 1

PROGRAMME: