giovedì 19 ottobre 2017

It’s possible for European politics to help Christians – Prime Minister Viktor Orbán’s speech at the International Consultation on Christian Persecution (12 October 2017, Budapest)


Your Holiness, Your Excellencies and Eminences, Esteemed Church and Secular Leaders,


Welcome to Budapest. Today I do not wish to talk about the persecution of Christians in Europe. The persecution of Christians in Europe operates with sophisticated and refined methods of an intellectual nature. It is undoubtedly unfair, it is discriminatory, sometimes it is even painful; but although it has negative impacts, it is tolerable. It cannot be compared to the brutal physical persecution which our Christian brothers and sisters have to endure in Africa and the Middle East. Today I’d like to say a few words about this form of persecution of Christians. We have gathered here from all over the world in order to find responses to a crisis that for too long has been concealed. We have come from different countries, yet there’s something that links us – the leaders of Christian communities and Christian politicians. We call this the responsibility of the watchman. In the Book of Ezekiel we read that if a watchman sees the enemy approaching and does not sound the alarm, the Lord will hold that watchman accountable for the deaths of those killed as a result of his inaction.

PM Viktor Orbán addressing the conference on persecuted Christians (foto: MTI)


A great many times over the course of our history we Hungarians have had to fight to remain Christian and Hungarian. For centuries we fought on our homeland’s southern borders, defending the whole of Christian Europe, while in the twentieth century we were the victims of the communist dictatorship’s persecution of Christians. Here, in this room, there are some people older than me who have experienced first-hand what it means to live as a devout Christian under a despotic regime. For us, therefore, it is today a cruel, absurd joke of fate for us to be once again living our lives as members of a community under siege. For wherever we may live around the world – whether we’re Roman Catholics, Protestants, Orthodox Christians or Copts – we are members of a common body, and of a single, diverse and large community. Our mission is to preserve and protect this community. This responsibility requires us, first of all, to liberate public discourse about the current state of affairs from the shackles of political correctness and human rights incantations which conflate everything with everything else. We are duty-bound to use straightforward language in describing the events that are taking place around us, and to identify the dangers that threaten us. The truth always begins with the statement of facts. Today it is a fact that Christianity is the world’s most persecuted religion. It is a fact that 215 million Christians in 108 countries around the world are suffering some form of persecution. It is a fact that four out of every five people oppressed due to their religion are Christians. It is a fact that in Iraq in 2015 a Christian was killed every five minutes because of their religious belief. It is a fact that we see little coverage of these events in the international press, and it is also a fact that one needs a magnifying glass to find political statements condemning the persecution of Christians. But the world’s attention needs to be drawn to the crimes that have been committed against Christians in recent years. The world should understand that in fact today’s persecutions of Christians foreshadow global processes. The world should understand that the forced expulsion of Christian communities and the tragedies of families and children living in some parts of the Middle East and Africa have a wider significance: in fact they threaten our European values. The world should understand that what is at stake today is nothing less than the future of the European way of life, and of our identity.


We must call the threats we’re facing by their proper names. The greatest danger we face today is the indifferent, apathetic silence of a Europe, which denies its Christian roots. However unbelievable it may seem today, the fate of Christians in the Middle East should bring home to Europe that what is happening over there may also happen to us. Europe, however, is forcefully pursuing an immigration policy, which results in letting extremists, dangerous extremists, into the territory of the European Union. A group of Europe’s intellectual and political leaders wishes to create a mixed society in Europe, which, within just a few generations, will utterly transform the cultural and ethnic composition of our continent – and consequently its Christian identity.

mercoledì 18 ottobre 2017

A Budapest una consultazione internazionale sui cristiani perseguitati



Oltre trecento persone provenienti da 32 paesi hanno partecipato a Budapest ad un convegno di due giorni sul tema dell’aiuto ai cristiani perseguitati. I capi religiosi di una decina di chiese cristiane hanno portato la propria testimonianza, tra altri il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, Ignazio Efrem II, il Patriarca siro-cattolico di Antiochia, Ignazio Youssef III Younan, Mons. Basan Matti Warda arcivescovo della Chiesa Caldea, nonché Hilarion Alfeev, metropolita di Volokolamsk e presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca.

Consultazione internazionale sui cristiani perseguitati - Budapest
La “Consultazione internazionale sulla persecuzione deicristiani – Soluzioni adeguate per una crisi a lungo dimenticata” è stata organizzata dal Ministero delle Risorse Umane ungherese il 12-13 ottobre, primo evento di questo genere realizzata su iniziativa governativa. Ad inaugurare il convegno è stato, da parte ecclesiale, Mons. András Veres, presidente della Conferenza Episcopale Ungherese e da parte statale il Primo Ministro Viktor Orbán. Tra i relatori, oltre ai capi religiosi, figuravano Jan Figel, inviato speciale della Commissione Europea per la promozione della libertà di religione e l’eurodeputato György Hölvényi, co-presidente del Servizio per il dialogo interreligioso e le attività interculturali del Partito Popolare Europeo, il Vice-Primo Ministro ungherese Zsolt Semjén e il Ministro degli esteri Péter Szijjártó. Hanno arricchito la conferenza internazionale con la loro testimonianza alcuni studenti dall’Iraq, dalla Nigeria e dall’Egitto che studiano in Ungheria con la borsa di studio governativa.
Mons. András Veres, presidente della Conferenza Episcopale Ungherese
(Foto: Magyar Kurír)
Mons. Veres ha richiamato l’attenzione sulle parole di Gesù: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20) – per un cristiano non sono sconosciute queste parole, infatti i cristiani perseguitati nel mondo vengono offesi ripetutamente nella loro dignità, nella loro identità, nella loro esistenza cristiana. L’incoraggiamento di Gesù, cioè “Beati i perseguitati per motivi di giustizia, perché loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia” ha dato e tuttora dà la forza ai cristiani di resistere alle persecuzioni. Negli ultimi duemila anni i potenti non sono riusciti a capire che le persecuzioni non indeboliscono ma rafforzano la Chiesa di Cristo, e noi abbiamo la speranza che le persecuzioni di oggi in Africa, in Europa o in Medio Oriente, serviranno ancora una volta a rafforzare la Chiesa. Gli ungheresi possono immedesimarsi con i fratelli cristiani perseguitati, infatti, l’invasione dei tartari, l’occupazione turca e l’oppressione sovietica, hanno duramente provato il cristianesimo in Ungheria. Attraverso l’esperienza dei secoli possiamo non solo capire ma soffrire insieme, cioè provare la “compassione” nel nostro cuore con i fratelli cristiani perseguitati – ha spiegato Mons. Veres.
Nel suo discorso il presidente della Conferenza Episcopale Ungherese ha richiamato l’attenzione su fenomeni preoccupanti nei confronti dei cristiani in Europa. Si tratta non solo dei casi eclatanti di violenza come l1uccisione del sacerdote in Francia, ma anche di fenomeni di insulto alla fede cristiana giorno dopo giorno: togliere i simboli cristiani, schernire i sentimenti religiosi o gli oggetti sacri, oppure attaccare, nel nome dei “media indipendenti”, le persone che hanno un’opinione diversa. Quest’atteggiamento può portare a un odio forte, persino sanguinoso. Le manifestazioni contro i cristiani non mancano neanche in Ungheria – ha detto Mons. Veres. Il coraggio dei cristiani in Medio Oriente ci stupisce e ci porta di fare un esame di coscienza. Ci chiede di domandare: noi quanto siamo pronti a soffrire o perfino a morire per la nostra fede? Le iniziative, come questa conferenza, aiutano a sensibilizzare la società su questo problema grave della nostra epoca, cioè prestare attenzione alla persecuzione dei cristiani nel mondo e all’odio sempre più forte verso i cristiani.

Alcuni protagonisti della conferenza
(foto: Magyar Kurír)
Il primo ministro ungherese, Viktor Orbán nel suo discorso ha affermato che, dopo aver ascoltato i diversi capi delle Chiese dell’Africa e del Medio Oriente, il governo ungherese intende e intenderà aiutare i cristiani iracheni, siriani e nigeriani per poter tornare nella loro patria. Dobbiamo riconoscere che oggi la religione più perseguitata nel mondo è quella cristiana. L’Ungheria è un paese stabile e vuole prendere la difesa dei perseguitati, destinando gli aiuti dove ce n’è bisogno.
Il Ministro delle Risorse Umane Zoltán Balog, ricordando il quinto centenario della Riforma Protestante, ha ripetuto l’importanza della collaborazione di tutti i cristiani: dobbiamo lavorare insieme per il bene dell’umanità.
Secondo l’On. György Hölvényi, co-presidente del Servizio per il dialogo interreligioso e le attività interculturali del Partito Popolare Europeo, i politici europei non hanno ancora capito bene: i capi delle chiese perseguitate ci dicono che i cristiani vogliono vivere nella loro terra, dove sono stati battezzati. L’indifferenza ci impedisce di vedere che la catastrofe in Medio Oriente riguarda le radici del cristianesimo.
Il metropolita Hilarion, in rappresentanza del Patriarcato di Mosca, ripercorrendo la situazione dei cristiani in Siria e Iraq, nonché le iniziative già in atto a loro favore ha indicato come segnale positivo la crescente collaborazione tra le comunità cristiane a favore dei fratelli perseguitati. Elogiando anche le iniziative ungheresi ha ribadito che la ulteriore diminuzione della presenza cristiana nel medio Oriente sarebbe una catastrofe per la civiltà.




sabato 14 ottobre 2017

Prime Minister Viktor Orbán: we must protect the foundations for life that have their origins in Christianity


Prime Minister Viktor Orbán has addressed, on September 16 the Congress of the Federation of Christian Intellectuals held in the palace of the Hungarian Parliament in Budapest on the topic Hungarians in the Christian Europe. Here are some excerpts from his speech (translation by Prime Minister’s Cabinet Office).

 
PM Viktor Orbán addresses Congress of Hungarian Christian Intellectuals
(Foto: www.esztergomi-ersekseg.hu)

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I’d like to make it clear, Ladies and Gentlemen, that the Government greatly appreciates the work of Christian churches and the civic communities organised around them. We greatly appreciate it, and I also greatly appreciate it. The first sentence of my political credo is that in politics and the country’s leadership one can never be smart enough on one’s own: one always needs a place where one can discuss and consider with others the things one sees fit to think and act upon. This is another reason why the Government welcomes the work of the Christian churches and the civil organisations organised around them. And I am also convinced, Ladies and Gentlemen – and the Government shares this conviction – that what is good for Hungarian Christians is also good for Hungary.

(…) If there’s something we can cite as an argument in favour of the current Government, it is that whenever possible it has stated its case in an open, straightforward and sincere manner. With regard to its intentions it has never beaten about the bush, and I don’t want to do that today. We should openly express and profess our goals: we want a Hungarian Hungary and a European Europe. This is only possible if we likewise openly profess that we want a Christian Hungary in a Christian Europe. We are convinced that this is not just an acceptance of the past. We believe in the concept which József Antall left us: that this alone has a future.

I shall make a brief digression on a single point involved in the relationship between Christianity and politics. Political parties inspired by Christian thinking are often criticised on the grounds that they have no right to claim for themselves the duty and mission of defending Christianity. I have thought a great deal about this criticism, which is sometimes levelled at us – even from within the churches. And at the bottom of it I’ve found something which we would do well to consider, because if we think about it carefully, defending Christianity is indeed not the duty of politics. Defending Christianity is the duty of others playing their roles in modern society. But then how should we define the duty of Christian politics? I’m convinced that it is the duty, the mission of political parties, Christian-inspired political parties, to defend the human foundations for life which have their origins in Christianity. We do not need to engage in theological and dogmatic struggles, but we must defend the foundations for life, which have their origins in Christianity. One such foundation for life, for instance, is the individual and their dignity: the human being, as we envisage him or her. Another foundation for life that we must defend is the family. The nation is likewise a foundation for life that we must defend, and we must also defend our faith communities, our Churches. We are not trying to defend Christianity in a theological and dogmatic sense, but in Hungary – as well as in Europe – we are seeking to protect the foundations for life that have their origins in Christianity. This therefore enables Christian-inspired political parties to win more votes and support than the number of practising Christians in a given society, as the person and personal dignity are not only important for believers. The family is important not only for those who have strong links with God. The nation is promoted and cherished not only by those who find a link between its existence and the will of the Creator, but also by those who are unable or unwilling to make this intellectual or spiritual link. This clearly indicates that Christian-inspired politics – if it defines its role well and sets out to defend the social foundations for life originating in Christianity – can rightly lay claim to the support of a community which is wider than that of practising Christians. (…)

venerdì 13 ottobre 2017

Cardinale Erdő sulla vocazione centro-europea: fedeltà all’eredità cristiana e nuove soluzioni alle sfide contemporanee


Il Cardinale Péter Erdő, Primate d’Ungheria è intervenuto all’11 Congresso dell’Associazione Intellettuali Cristiani ungheresi (KÉSZ) sul tema “Gli ungheresi nell’Europa cristiana” organizzata il 16 settembre scorso, nel parlamento di Budapest. Pubblichiamo, nella nostra traduzione, alcuni brani del discorso del Cardinale Erdő.

 
Card. Erdő al Congresso della KÉSZ
(Foto: Magyar Kurír)
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Considerato attraverso i fatti della storia, il cristianesimo potrebbe sembrare la struttura di un’organizzazione statale e sociale. Ma si tratta di molto di più. Si tratta di quella religione mondiale molto concreta, che risale alla persona di Gesù di Nazareth e che ha formato la comunità dei suoi seguaci. La cultura ha sempre bisogno di una visione del mondo, di qualche principio guida secondo cui si organizza la vita della comunità. In Europa il cristianesimo si rivelò una forza organizzativa. Rispetto ai tempi antichi, quando i titolari del potere politico erano quasi tutte persone di fede e la religione era ufficialmente connessa alla vita pubblica, l’Europa odierna ha un’immagine del tutto diversa.

In effetti, non si può dire che la vita pubblica sia organizzata dalla religione cristiana come tale, ma piuttosto dietro le più importanti strutture si nasconde una visione sempre più indipendente dalle religioni. Allo stesso tempo però, a mio parere, del cristianesimo non si ha solo la memoria, ma vi sono anche dei segni vivaci ed efficaci in tutta l’Europa.

Il fatto che l’immagine delle nostre città e dei nostri villaggi tuttora è caratterizzata, o viene resa unica, dalle chiese cristiane, è sicuramente un segno di questo. E queste chiese, nella maggior parte dei paesi d’Europa – anche se non in tutti –, tuttora hanno la funzione di culto, con la loro architettura fanno riferimento a quella completezza della realtà in cui il mondo materiale trova la sua ragione e il suo valore nell’espressione dell’amore e della sapienza del Creatore. Queste chiese si aprono sulle piazze e sulle strade, solo in pochi paesi è imposto ufficialmente che il loro accesso si apra da un cortile interno. In queste chiese, come ad esempio in Albania o nel territorio dell’ex Unione Sovietica, dopo lunghi decenni la vita religiosa ha potuto ricominciare, recuperando così la loro funzione originaria. Il cristianesimo è presente in numerose statue pubbliche, nelle croci e nelle raffigurazioni, nei nomi delle persone e degli istituti. In Europa stanno cambiando anche le abitudini di denominazione, ma nonostante questo in tanti paesi la maggioranza delle persone porta ancora un nome cristiano. Infatti, il nome significa che scegliamo quel santo come nostro protettore e modello di vita.

In Europa e in tutto il mondo occidentale calcoliamo il tempo dalla nascita di Cristo e perciò siamo nel 2017; nella nostra cultura la domenica è giorno festivo, ovvero il giorno in cui i cristiani sin dai primi tempi festeggiano la risurrezione di Gesù perché furono convinti, in base ai fatti, che Cristo era risorto all’alba del primo giorno dopo il sabato. Mentre il mondo babilonese usava il sistema a sei cifre, l’ebraismo, dopo i sei giorni di lavoro dedicava il settimo alla preghiera e al riposo, e noi cristiani, rispettando la resurrezione di Cristo, abbiamo i sette giorni della settimana e celebriamo la domenica come pausa. Durante le Rivoluzione Francese si voleva introdurre un sistema diverso di computo del tempo, non solo calcolando gli anni a partire da un’altra data, ma cambiando anche l’ordine settimanale in decadi, ovvero un ordine di 10 giorni. Questo calendario rivoluzionario ebbe una vita breve, durò dal 1793 al 1805. Quando cerchiamo di individuare i segni del cristianesimo sull’aspetto dell’Europa odierna ci accorgiamo inevitabilmente dell’eredità legale. Le leggi degli stati europei, e soprattutto i grandi codici, stabiliscono diverse istituzioni sociali, regole di convivenza e di comportamento che si sono formate lungo i secoli sotto l’influenza della fede cristiana. Il concetto della dignità umana, l’istituzione del matrimonio, che negli ultimi tempi è stato riformulato in diversi posti, oppure l’elenco antico, classico dei diritti umani, sono in rapporto profondo con i 10 comandamenti e con i valori evangelici.

Tutti questi ricordi non sono solo cimeli da museo, ma riescono tuttora comunicare quel segreto che rende la nostra vita preziosa e significativa: l’esistenza di Dio, il suo Amore per noi, il suo progetto di salvezza e di creazione. Si tratta di una eredità, e come tutte le eredità, anche questa necessita di essere gestita. La si può sperperare, sprecare, come un erede indegno fa dell’eredità dei suoi nonni, oppure la si può apprezzare, rilanciare e, in una luce nuova, metterla al centro della nostra vita. Di questo rinnovamento i popoli dell’Europa Centro-orientale hanno già delle esperienze, che varrebbe la pena di riscoprire, utilizzare e condividere con il resto del mondo. Possiamo perciò giustamente affermare che la nostra regione ha una vocazione speciale: pur rimanendo fedeli all’eredità cristiana trovare nuove soluzioni alle nuove sfide.

martedì 3 ottobre 2017


CONCERTO D’ORGANO

DEL MAESTRO 

László Attila Almásy 

in occasione del 

VI. CONVEGNO INTERNAZIONALE “HAGIOTHECA” 

 

5 ottobre 2017, ore 20:30 

Chiesa di Santa Dorotea a Porta Settimiana
(Via di Santa Dorotea, 23 - 00153 Roma)

ingresso libero

PROGRAMMA: