venerdì 30 giugno 2017

Pio XII e il Card. Mindszenty celebrati a Genova


Si è tenuta, l’8 giugno 2017, nell’Abbazia di Santo Stefano a Genova, una commemorazione del Card. József Mindszenty, promossa dal Comitato Papa Pacelli – Associazione Pio XII. Dopo la S. Messa il Presidente del Comitato, l’ Avv. Comm. Emilio Artiglieri ha tenuto una relazione sulle figure di Pio XII e del Card. Mindszenty. A conclusione dell’evento l’Ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede Eduard Habsburg-Lothringen ha pronunciato parole di apprezzamento e di ringraziamento.

Pubblichiamo il testo dell’intervento del Presidente Emilio Artiglieri.
 
 

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Pio XII strenuo difensore del Card. Mindszenty
 

1. Saluti

È per me un grande onore porgere in questa millenaria Abbazia il mio saluto a Sua Eccellenza il Sig. Eduard Habsburg-Lothringen, Ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta.

È forse più di una felice coincidenza il fatto che ci troviamo in questo luogo sacro dedicato al protomartire Santo Stefano: con il nome di Stefano fu infatti battezzato il primo re cristiano d’Ungheria, vissuto tra la fine del X e l’XI secolo, e che sarebbe stato poi canonizzato; con la Corona di Santo Stefano, che era stata a lui inviata, secondo la tradizione, dalla Santa Sede, il Primate, cioè l’Arcivescovo di Esztergom, aveva il diritto di incoronare il Re d’Ungheria; S. Stefano Rotondo in Roma è la chiesa di cui il Card. Mindszenty era titolare, e questo per un suo espresso desiderio; ma, soprattutto, S. Stefano è il primo di una lunga teoria di martiri e confessori della fede, che testimoniarono, con l’offerta della vita e l’accettazione della persecuzione, la loro fedeltà a Cristo, quella fedeltà che spinse il Card. Mindszenty a sopportare le più gravi sofferenze, fisiche e morali, inflittegli da un regime totalitario, brutale ed anticristiano.

Ed ancora, fu la sera della Festa di Santo Stefano, il 26 dicembre 1948 che egli venne arrestato, davanti agli occhi dell’anziana madre affranta.

Il nome del Card. Mindszenty a Genova non è sconosciuto, anche per la grande venerazione che il nostro amatissimo Arcivescovo, il Card. Giuseppe Siri, nutriva nei confronti di questo confessore della fede.

Nelle sue Memorie, il Card. Mindszenty ricordava che, giunto a Roma nel 1971 “nella Basilica di San Paolo mi si avvicinò un sacerdote, mi prese la mano, la baciò, mi ringraziò per le sofferenze che avevo sopportato per la Chiesa e alla fine mi disse: ‘Sono il Cardinale Siri’…” (p. 362).

Noi siamo qui per prolungare questo ringraziamento e questa venerazione.

A Genova venne anche costituita una “Lega Cardinale Mindszenty”, che organizzava conferenze e convegni negli anni in cui il nostro Paese rischiava di cadere in quello stesso regime totalitario persecutore del Card. Mindszenty.

Mi piace ricordare che proprio su invito della “Lega”, il Card. Siri il 2 giugno 1980 tenne una solenne, dottissima commemorazione del Card. Mindszenty nella Sala Quadrivium, e da questa commemorazione trarrò non poche citazioni.

 

2. Cenni biografici

Il Nostro nacque il 29 marzo 1892 a Mindszent da genitori di distinta condizione; il cognome paterno era Pehm, ma nel 1941, per protesta contro i nazisti, trattandosi di un cognome germanico, lo cambierà in Mindszenty, prendendolo appunto dalla città natale.

Fu ordinato sacerdote il 12 giugno 1915; dei suoi primi anni di sacerdozio egli ricorda: “Mi si riempiva il cuore di gioia quando riuscivo a risvegliare la fede anche in casi apparentemente disperati, superando con il dialogo e l’attività pastorale le difficoltà che certuni provavano di fronte a Dio, alla Chiesa e a se stessi” (Memorie, p. 11).

Già nel 1919 egli subì il primo arresto e la prima prigionia sotto il regime di Károlyi, e poi sotto quello, ben più terribile, di Béla Kun.

Non abbiamo il tempo per descrivere nel dettaglio gli episodi di questo suo primo incarceramento: basti dire che già allora emerse la fortezza d’animo, unita ad una grande mitezza e ad una certa ironia, del Servo di Dio.

Così quando, già in prigione per disposizione - come si è detto - del regime Károlyi, si presentò, dopo la rivolta di Béla Kun, un funzionario di polizia e gli disse: “Lei è in arresto”, il giovane Don Jozsef Pehm, come allora si chiamava, rispose sapidamente, come riferisce nelle sue Memorie: “gli feci notare che ero prigioniero già dal 9 febbraio 1919, per cui non capivo questo spreco di autorità statale”, e tra sé pensò: “il cane era rimasto lo stesso, solo il collare era diventato un po’ più rosso” (p. 15).

Caduta la c.d. dittatura del proletariato, nell’agosto del 1919 fu nominato Parroco a Zalaegerszeg, e ivi rimase per venticinque anni: di questo periodo possiamo qui solo accennare al suo grande zelo pastorale, per cui si trovò a fondare altre sei parrocchie, ad aprire scuole, creare e presiedere associazioni, né mancò di dedicarsi agli studi storici, con pubblicazioni di storia ecclesiastica, anche di grande pregio.

Il 25 marzo 1944 fu consacrato Vescovo di Veszprém, ma, nello stesso anno, subì un secondo arresto ed una seconda prigionia, questa volta ad opera dei nazisti e di quanti collaboravano con loro, quelli che aderivano al partito c.d. delle “Croci Frecciate”.

Al di là del pretesto che venne usato, il vero motivo di questo suo arresto fu l’aver manifestato la sua contrarietà alla deportazione da Veszprém degli ebrei; questa seconda prigionia terminò solo nell’aprile del 1945, con la fine della guerra.

Osservava nelle sue Memorie: “Da Occidente premeva il pericolo bruno, da Oriente quello rosso”.

Il 2 ottobre 1945, da Pio XII, fu promosso Arcivescovo di Esztergom, in latino Strigonia, e quindi Primate d’Ungheria. Egli stesso nelle sue Memorie ricorda che tale decisione fu presa personalmente dal Papa, il quale – così egli scriveva - “conosceva il mio temperamento, sapeva della mia attività orientata più in senso pastorale che politico … il Nunzio Apostolico lo aveva messo al corrente del modo con cui reggevo la Diocesi, nonché dell’arresto e della prigionia che avevo sopportato” (p. 51).

Circa i rapporti con Pio XII, il Card. Mindszenty ancora riferisce: “Nel dicembre 1945 durante il mio viaggio a Roma riuscii ad aprire fonti generose per la Caritas ungherese. Il Santo Padre Pio XII mi ricevette con una amabilità indescrivibile. Quando gli esposi la difficile situazione dell’Ungheria, egli mi aprì la strada in tutte le direzioni in cui potevo trovare aiuti” (p. 63).

Per diverse pagine delle sue Memorie il Card. Mindszenty si sofferma sulla figura di Pio XII, sottolineando la dolcezza e la bontà di questo Pontefice: “Avevo sempre stimato e valutato Pio XII come una personalità eminente, ora però dovevo sperimentare di persona quale Santo Padre pieno di bontà Dio ci aveva dato in lui. Conosceva con precisione la Chiesa d’Ungheria e il cattolicesimo del nostro Paese. Pacelli era infatti stato Legato Pontificio al Congresso Eucaristico di Budapest del 1938 e da allora era sempre rimasto cordialmente unito a noi” (p. 74).

Nel Concistoro del 18 febbraio 1946, Mindszenty fu creato Cardinale.

Ricorda: “Forse è stata l’idea che si era fatta della nostra situazione attraverso la mia descrizione che lo spinse ad abbracciarmi nel Concistoro e a dirmi in ungherese: ‘Viva l’Ungheria!’.… Quando mi impose il berretto cardinalizio, mi sussurrò con voce commossa: ‘Tu sarai il primo dei 32 a sopportare il martirio simboleggiato da questo colore rosso’ …” (p. 76).

Il 28 febbraio ricevette dallo stesso Papa il pallio arcivescovile e il 4 marzo ebbe l’ultima udienza: non si sarebbero più rivisti su questa terra.

“Fu l’ultimo incontro – egli scrive – che ebbi con lui, ma la sua bontà paterna e la sua compassione hanno continuato ad accompagnarmi lungo la mia vita. Egli è sempre intervenuto per aiutarmi nelle difficoltà e, quando ha potuto farlo, ha sempre respinto con decisione le manovre dei comunisti nonché quelle dei ‘cattolici progressisti’. Ripenso con grande gratitudine al modo con cui prese le mie difese quando fui incarcerato e tradotto in Tribunale, nonché alle parole affettuose del telegramma che mi inviò nel 1956, dopo la mia liberazione” (p. 77).

Insomma, Pio XII e il Card. Mindszenty erano legati da una profonda, reciproca stima che, come si è ora accennato, e come vedremo meglio in seguito, si manifesterà soprattutto nel momento terribile dell’arresto e del processo-farsa che il Primate d’Ungheria dovette subire.

Prima però di prendere in considerazione questi fatti, è bene chiarire quale fosse la funzione dell’Arcivescovo di Esztergom e, al riguardo, do la parola al Cardinale Siri, il quale, nella sua citata commemorazione, aveva spiegato: “la funzione dell’Arcivescovo di Esztergom è unica nella storia perché fu considerato, da Stefano il Santo in poi, Principe di Ungheria e, pertanto, portava il nome di Principe Primate di Ungheria.

Ciò arriva a questa conseguenza: che assente il Re dal territorio nazionale, succedeva alla reggenza del regno il Principe Primate. Senza questo particolare, che dà al Primate di Strigonia una posizione unica, assolutamente unica, costituzionale: egli era il primo dopo il Re e lo sostituiva, non si capirebbe l’anima di questo grande uomo.

Non solo, ma la Santa Sede aveva completato l’opera: aveva dato all’Arcivescovo di Esztergom il carattere di ‘Legato Pontificio perpetuo’. Pertanto – caso unico nella Chiesa cattolica – solo il Primate di Ungheria aveva giurisdizione su tutti gli altri Vescovi del paese. Non era semplicemente un presidente della loro conferenza nazionale, ma era un superiore e aveva giurisdizione.

E’ necessario ricordare questo – spiegava il Card. Siri - perché, se non si pensa a questa funzione sua costituzionale nell’ordine civile, se non si pensa alla sua funzione legatizia come rappresentante specialissimo del Papa e se non si pensa alla sua conoscenza della storia (scrisse anche) che lo rendeva partecipe di tutte le ansietà passate dal suo popolo e di tutte le aspirazioni, non si capirebbe il Cardinale Mindszenty e non si capirebbe che quest’uomo è tanto un eroe per la Chiesa come è un eroe per la patria”.

Possiamo quindi meglio capire anche il significato della illustre presenza stasera di Sua Ecc.za l’Ambasciatore di Ungheria, presenza che richiama proprio questo doppio ruolo della figura del Principe Primate, ruolo rivestito con straordinaria dignità e coraggio dal Card. Mindszenty.

 

3. Terzo arresto, processo e prigionia.

Entriamo ora nel vivo del dramma vissuto dal Card. Mindszenty.

Di fronte all’affermarsi del regime comunista, totalitario e negatore della libertà, ad iniziare dalla libertà di educazione, attraverso la nazionalizzazione delle scuole confessionali (la conquista dei giovani e la scuola confessionale erano il cuore del conflitto tra Chiesa e Stato), il Principe Primate di Ungheria non poteva tacere e non denunciare, con i mezzi che la sua posizione e l’enorme prestigio di cui godeva gli offrivano, le palesi illegalità commesse.

A sua volta, il regime, secondo la tattica solita dei sistemi totalitari, che uniscono menzogna e violenza, dapprima avviò una campagna di diffamazione e di delegittimazione nei confronti del Cardinale, e giunse poi, come già si è accennato, al suo brutale arresto la sera del 26 dicembre 1948.

Qualcuno obietta che il Card. Mindszenty sarebbe stato poco “malleabile”, poco disposto al dialogo e al compromesso, ma egli ben sapeva quale ne sarebbe stato, in quelle condizioni, l’esito, conoscendo la storia della Chiesa ortodossa in Unione Sovietica, ossia non solo l’assoggettamento della Chiesa allo Stato, ma, se circostanze storiche non lo avessero impedito, la stessa distruzione della Chiesa, così come di ogni forma di religione, secondo quello che era l’obiettivo del comunismo ateo, definito da Pio XI nell’Enciclica Divini Redemptoris “intrinsecamente perverso” (n. 58).

Per questo con il comunismo, ammoniva Pio XI, “non si può ammettere in nessun campo la collaborazione da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana e se taluni – così continuava quel Pontefice – indotti in errore cooperassero alla vittoria del comunismo nel loro Paese, cadranno per primi come vittime del loro errore, e quanto più le regioni dove il comunismo riesce a penetrare si distinguono per l’antichità e la grandezza della loro civiltà cristiana, tanto più devastatore vi si manifesterà l’odio dei ‘senza Dio’” (ibidem).

E l’odio dei “senza Dio” si manifestò nella sua virulenza contro il Card. Mindszenty.

Una volta arrestato, egli venne portato in Via Andrássy 60, quella che potremmo definire l’equivalente di Via Tasso a Roma, luogo per molti di sofferenza e di torture indicibili.

Lo accompagnava solo una piccola immagine del Cristo incoronato di spine, che portava la scritta: Devictus vincit (vinto ma vittorioso).

In questo edificio rimase 39 giorni, durante i quali, giorno e notte, subì ogni sorta di violenza fisica e morale, di scherni, umiliazioni, feroci battiture, al fine di fargli firmare un documento preconfezionato, che contenesse la “confessione” dei falsi crimini che gli venivano attribuiti.

Quando, per le torture fisiche e morali, non riuscì più a resistere, usò uno stratagemma: firmò, ma accanto alla firma aggiunse due lettere, C e F, intendendo: Coactus Feci, cioè l’ho fatto costretto.

Quando i suoi aguzzini gli chiesero cosa significassero quelle due lettere, egli rispose che era l’abbreviazione di “Cardinalis Foraneus”, titolo che avrebbe distinto i cardinali di provincia da quelli di Curia.

Per qualche tempo credettero a questa spiegazione, ma poi scoprirono l’artificio e le torture continuarono.

Ma quali erano le accuse che venivano mosse al Cardinale? Sostanzialmente tre.

La prima che avrebbe congiurato con Otto d’Habsburg, figlio dell’ultimo Imperatore Carlo, per ristabilire la Monarchia.

Al riguardo, egli aveva spiegato: “Io ho visto una sola volta, per mezz’ora, il Principe Otto negli Stati Uniti, quando sono stato al Congresso Mariano di Ottawa, l’ho visto per mezz’ora, me lo ha chiesto lui di venire. Non ho accettato assolutamente di parlare di questioni politiche”.

Nonostante la spiegazione, però, per gli accusatori egli aveva congiurato, “doveva essere così”, “doveva aver congiurato”, e quello che deve essere così, non può essere discusso, nessuna prova contraria può essere ammessa.

Ha qualcosa di ironico, di tragicamente ironico, il dialogo tra il Cardinale e i suoi aguzzini.

Questi gli gridavano: “Lei deve confessare così come noi vogliamo che confessi” (Memorie, p. 195), al che egli ribatteva: “Se qui da voi i fatti non contano, se il verbale, l’interrogatorio e le accuse sono soltanto una presa in giro, scritti e parole senza fondamento, non dovrebbe esserci bisogno di una confessione….” (ibidem).

Possiamo facilmente immaginare quale fosse la reazione a quelle parole, reazione non diversa da quella del soldato che schiaffeggiò Gesù per le parole dette al sommo sacerdote.

La seconda accusa era quella di spionaggio: anche questa era campata per aria, ma, come si è visto, in quella farsa di interrogatori a risposte obbligate, e poi di processo con funzione meramente dimostrativa, i fatti non contavano, contava solo quello che il regime voleva che fosse.

La terza accusa riguardava un traffico di valuta.

Su questo punto occorre spiegare che, finita la guerra, in un periodo di transizione, il Cardinale aveva cercato, soprattutto in occasione di un suo viaggio in Canada e negli Stati Uniti, e grazie al potente apparato del Card. Spellman, aiuti per dar da mangiare al popolo affamato e li aveva ricevuti: nella sola Budapest aveva aperto 126 luoghi di distribuzione di viveri per dar da mangiare a decine di migliaia di persone che, altrimenti, sarebbero morte di fame.

Ora, di aver introdotto valuta estera per poter dar da mangiare al popolo, fu fatto un capo d’accusa: appunto, commercio di valuta.

Scriveva il Cardinale: “Se non avessimo avuto a disposizione moneta americana o svizzera avremmo potuto chiudere subito le nostre cucine … Se oggi in Ungheria avessimo una situazione politica normale, lo stato ringrazierebbe il cattolicesimo ungherese, invece di permettere che qui in via Andràssy si compiano torture e atrocità di cui anche le generazioni future si vergogneranno” (p. 197).

E’ evidente come si trattasse solo di pretesti, che servivano al regime attraverso un processo-lampo, iniziato il 3 febbraio 1949 e concluso dopo soli 3 giorni, per demolire il suo più fiero e nobile avversario: non ci era riuscito Bela Kun, non ci riuscirono i nazisti, non ci sarebbero riusciti neppure i comunisti.

L’esito di quel processo, in cui il difensore dell’imputato sembrava soprattutto preoccupato di difendere gli accusatori, non poté che essere una condanna, e quella all’ergastolo.

 

4. La difesa di Pio XII.

Ma il Card. Mindszenty, di fronte all’umanità e alla storia, ebbe ben altro difensore che non quello che gli era stato assegnato dal regime durante quella tragica farsa: il Pastor Angelicus, il grande Pio XII, quello che a me piace definire il Papa della carità, e che già, come si è visto, aveva offerto tante dimostrazioni di stima e di affetto nei confronti del Primate e dell’Ungheria.

Purtroppo le parole del Papa, in quei momenti, non giunsero al Servo di Dio: “che consolazione – egli scriverà nelle sue Memorie – sarebbe stata per me se avessi saputo di questa affettuosa preoccupazione del Papa. Invece nella mia notte e nel mio dolore non penetrò mai neppure un raggio di queste parole luminose e benevole” (p. 239).

Secondo alcune ricostruzioni, il Card. Mindszenty avrebbe ricevuto però il conforto di Padre Pio, il quale, in un fenomeno di bilocazione, gli avrebbe fatto visita in carcere, portandogli addirittura il pane e il vino per la celebrazione della Santa Messa.

Per tornare a Papa Pacelli, il 2 gennaio 1949 Papa Pacelli aveva inviato una lettera all’episcopato ungherese, in cui esprimeva la sua deplorazione e la sua forte protesta contro la grave ingiuria inferta a tutta la Chiesa attraverso l’arresto del Cardinale Primate, di cui tesseva un alto elogio, che merita di essere ricordato anche per il perenne insegnamento che contiene circa la figura del Buon Pastore e i suoi doveri: “Ben conosciamo i meriti di questo ottimo Pastore; conosciamo la tenacia e l’illibatezza della sua fede, conosciamo la sua fortezza apostolica nel tutelare l’integrità della dottrina cristiana e nel rivendicare i sacri diritti della religione. Che se con petto impavido e forte sentì il dovere di opporsi quando vide che la libertà della Chiesa veniva sempre più limitata e in molte maniere coartata, e soprattutto quando vide impedito con grave detrimento dei fedeli il magistero e ministero ecclesiastico – il quale deve esercitarsi non solo nelle Chiese, ma anche all’aperto nelle pubbliche manifestazioni di fede, e nelle scuole inferiori e superiori, con la stampa, con pii pellegrinaggi ai santuari e con le associazioni cattoliche – questo certamente non è per lui un motivo di accusa o di disonore, ma piuttosto di alto elogio, giacché devesi ascrivere al suo ufficio di vigilante pastore”.

Insomma, il “Buon Pastore” – secondo Pio XII – è un “vigilante Pastore”, che deve sapersi dimostrare “impavido e forte” nella difesa dei “sacri diritti” della Chiesa e della religione, che sono poi i sacri diritti di Dio sulle anime riscattate col suo sangue.

Ammoniva ancora, a conforto dei Vescovi e dei fedeli, “che la religione cristiana può essere calunniata e combattuta, ma non può esser vinta!”, come dimostra – se mi è permesso – questa stessa solenne commemorazione: il Card. Mindszenty fu arrestato, torturato, condannato, imprigionato, ma non fu vinto (Devictus vincit).

Diversi furono gli articoli che apparvero sull’Osservatore Romano prima e dopo il processo; il 12 febbraio 1949 fu dichiarata la scomunica latae sententiae, riservata speciali modo alla Sede Apostolica, insieme ad altre severe pene canoniche, nei confronti di quanti, in qualunque modo, avessero collaborato all’arresto del Primate, alla sua detenzione e alla sua condanna.

Il 14 febbraio 1949 Pio XII tenne un Concistoro straordinario in cui, di fronte al Sacro Collegio, condannava l’ingiustizia commessa, denunciando gli abusi perpetrati, resi manifesti da una serie di circostanze: “l’eccessiva e sospetta rapidità della procedura, l’artificiosa e capziosa costruzione delle accuse, la condizione fisica del Cardinale … la quale fece improvvisamente di un uomo fino ad allora eccezionalmente energico … un essere debole e di mente vacillante”.

Si deve ricordare che alle torture fisiche si associava anche, nonostante la grande cautela del Cardinale, la somministrazione, attraverso il cibo, di droghe.

Per il Papa una cosa sola risultava chiara: “e cioè che lo scopo principale di tutto il giudizio è stato quello di sconvolgere la Chiesa Cattolica in Ungheria”.

Il 16 febbraio, al Corpo diplomatico, che si era riunito per porgere la solidarietà del mondo civile al dolore del Papa per l’arresto e la condanna del Card. Mindszenty, Pio XII lasciava una nota di speranza: “nel conflitto che oppone i difensori di un regime totalitario ai campioni di una concezione dello Stato e della società fondata sulla dignità e la libertà dell’uomo, voluta da Dio, questa storica udienza riflette fedelmente il pensiero e le aspirazioni della parte di gran lunga più vasta e più sana della umanità. Essa manifesta la reazione della coscienza cristiana e anche semplicemente umana contro ogni oppressione ed ogni arbitrio, contro ogni negazione della giustizia e ogni minaccia ai diritti e ai sacri principii, la cui integrità è condizione necessaria per il rispetto e per la salvaguardia degli imprescrittibili valori vitali”.

Credo che non debba essere sottovalutata la lezione che ancora oggi ci viene dalla compattezza allora dimostrata dal “mondo civile”, di cui l’augusto Pontefice si fece interprete, a fronte della barbarie del totalitarismo.

Ma la più splendida, magistrale arringa, Pio XII la fece nel Discorso al popolo romano del 20 febbraio 1949, a quel popolo romano che mai mancava di accorrere al richiamo di Colui che sentiva, perché così lo aveva sperimentato, come proprio Padre, Pastore e Difensore.

Fu un vero capolavoro, non inferiore alle declamazioni dei più grandi oratori di Roma antica.

“La condanna inflitta – così esordiva il Pontefice – fra la unanime riprovazione del mondo civile, sulle rive del Danubio, ad un eminente Cardinale di Santa Romana Chiesa, ha suscitato sulle rive del Tevere un grido di indignazione degno dell’Urbe”.

Non abbiamo più il tempo per soffermarci su questo straordinario discorso, ma non possiamo non ricordare almeno quell’incalzante dialogo con la folla: “Ora è ben noto quel che lo Stato totalitario e antireligioso esige ed attende da lei come prezzo della sua tolleranza o del suo problematico riconoscimento. Esso, cioè vorrebbe:

una Chiesa che tace, quando dovrebbe parlare;

una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla;

una Chiesa che si distacca dal fondamento inconcusso sul quale Cristo l’ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa;

una Chiesa che non resiste alla oppressione delle coscienze e non tutela i legittimi diritti e le giuste libertà del popolo:

una Chiesa che con indecorosa servilità rimane chiusa fra le quattro mura del tempio, dimentica del divino mandato ricevuto da Cristo: Andate sui crocicchi delle strade (Matth. 22,9); istruite tutte le genti (Matth. 28,19),

Diletti figli e figlie! Eredi spirituali di una innumerevole legione di confessori e di martiri!

E’ questa la Chiesa che voi venerate ed amate? Riconoscereste voi in una tale Chiesa i lineamenti del volto della vostra Madre? Potete voi immaginarvi un Successore del primo Pietro, che si pieghi a simili esigenze?

Il Papa ha le promesse divine: pur nella sua umana debolezza, è invincibile e incrollabile; annunziatore della verità e della giustizia, principio della unità della Chiesa, la sua voce denunzia gli errori, le idolatrie, le superstizioni, condanna le iniquità, fa amare la carità e le virtù”.

Attraverso l’appassionata difesa del Card. Mindszenty, Papa Pacelli rivendicava la soprannaturale grandezza della Chiesa, le eterne promesse di cui gode, l’imprescrittibilità dei suoi diritti e dei suoi doveri, che ne delineano l’irreformabile profilo, resistente al passare del tempo e delle mode, perché aderente all’immagine datale dal Divin Fondatore.

 

 

5. Conclusioni

Sono note le vicende successive: gli anni della prigionia, che andò nel tempo mitigandosi, la trionfale liberazione nel 1956, che vide le manifestazioni di gioia non solo dei cattolici, ma anche dei protestanti, insomma di tutto il popolo ungherese che non aveva dimenticato il suo Principe Primate, il celebre radiomessaggio alla nazione del 3 novembre 1956, l’occupazione sovietica, la fuga nell’Ambasciata Americana, dove il Card. Mindszenty restò per quindici anni, fino al 1971.

Il 28 settembre di quell’anno arrivava a Roma e, tra i primi gesti, celebrò una Messa di ringraziamento sulla tomba di Pio XII (Memorie, p. 362).

Negli anni successivi, si stabilì a Vienna e da lì iniziò a girare il mondo, per andare a visitare e confortare gli Ungheresi nella diaspora, fino alla morte avvenuta a Vienna il 6 maggio 1975.

Quindici anni dopo, le sue spoglie venivano traslate nella Cattedrale di Esztergom.

Nel 1994 prendeva avvio la causa di Beatificazione, che ora è nella sua fase romana.

Di questa causa si è fatta promotrice e sostenitrice la Fondazione Mindszenty, di cui è Presidente il padre di S.E. l’Ambasciatore, e di cui è Membro lo stesso Ambasciatore.

Da un punto di vista processuale, vale la pena ricordare che già nel maggio del 1990 era stata dichiarata la nullità del processo-farsa che il Card. Mindszenty aveva dovuto subire, e nel 2012 si arrivò alla sua piena riabilitazione legale.

Occorre pur ricordare che nel novembre del 1973 era cessato dalla carica di Arcivescovo di Esztergom, e quindi di Primate d’Ungheria, non per propria volontà, ma per disposizione della Santa Sede.

Non fu comunque, lui vivente, nominato il successore.

Al riguardo, sembra inutile indugiare nelle polemiche, che riguardano i cascami della storia.

Chiediamoci piuttosto: di tutta questa vicenda che cosa resta?

Resta l’esempio di un intrepido Pastore, che non ebbe timore di immolarsi per la Chiesa e per la Patria attraverso un sacrificio continuo, che, sia pur con diverse modulazioni, durò anni.

Restano le parole di un santo Papa, che portò la tiara come una corona di spine, che lo tormentò non solo negli anni della II guerra mondiale, ma anche in quelli, non meno drammatici per il suo cuore di Padre universale, del dopoguerra.

Resta infine l’invito alla speranza, tanto raccomandata da Pio XII, perché speranza fondata sulle divine promesse, la speranza, che è certezza, che le più violente tempeste non varranno a sommergere la Chiesa di Cristo.

Da qui, questa sera, la nostra lode e il nostro ringraziamento al Signore della storia.

 

Avv. Comm. Emilio Artiglieri
Presidente Comitato Papa Pacelli – Associazione Pio XII

 

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