mercoledì 10 gennaio 2018

“È stato il più bel regalo di Natale che potevo sperare” – visita dell’Arcivescovo di Aleppo a Budapest


“Sono grato per l’accoglienza in Ungheria, per il Suo interessamento e le Sue preoccupazioni per il mio popolo sofferente. Non dimenticherò mai l’ospitalità e l’aiuto generoso da Lei concesso per aiutare il mio popolo. Tutto questo entrerà nei libri di storia dei cristiani di Aleppo i quali stanno lottando per la loro sopravvivenza e presenza in Siria” – scrive nella sua lettera di ringraziamento Mons. Jean-Clément Jeanbart, Arcivescovo di Aleppo dei Greco-Melkiti in Siria, indirizzata al Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán. Infatti, l’Arcivescovo di Aleppo tra il 19 e 20 dicembre ha fatto una visita in Ungheria dove, oltre ad aver incontrato il Capo del Governo ungherese e altri responsabili governativi, ha tenuto una conferenza all’Università Cattolica Péter Pázmány sui cristiani perseguitati e ha visitato l’Arcieparchia di Hajdúdorog, sede della Chiesa greco cattolica ungherese.

“L’uomo ha il diritto sacrosanto, ricevuto da Dio, di vivere nella sua terra nativa in pace e in dignità” – ha ribadito l’Arcivescovo siriano nel suo discorso tenutosi all’Università Cattolica chiedendo all’Europa di aiutare i paesi colpiti dalla guerra in Medio Oriente affinché i suoi abitanti non debbano più lasciare la loro terra. Purtroppo, ancora oggi, ci sono paesi europei che vendono armi per continuare la guerra, e ci sono opinioni per cui l’Europa ha svenduto il Medio Oriente in cambio di grandi investimenti. Il denaro domina il mondo in cui l’amore di Cristo può rivelarsi solo se siamo aperti verso Dio – ha detto Mons. Jeanbart.
Conferenza di Mons. Jeanbart all'Università Cattolica di Budapest
(Foto: Magyar Kurír)
L’Arcivescovo di Aleppo ha anche parlato di una sua iniziativa intitolata “Aleppo ti aspetta”, la quale vuole essere un segno della speranza nonostante la violenza, la guerra e l’estremismo. L’iniziativa aiuta ad avere casa e lavoro per tutti quelli che tornano ad Aleppo, dando una speranza anche a quelli che invece vorrebbero lasciare il territorio. Il sogno dei cristiani in Medio Oriente è quello di vivere in uno stato dove tutti hanno gli stessi diritti e nessuno è emarginato per la sua religione.

Alla conferenza tenuta all’Università Cattolica di Budapest l’On. Bence Rétvári, Sottosegretario del Ministero per le Risorse Umane, ha definito l’arcivescovo greco-melkita un “vero e forte pastore del suo gregge” perché, pur essendo in pericolo, non ha mai lasciato la sua città, restando sempre vicino ai fedeli. Negli ultimi tempi mezzo milione di cristiani sono fuggiti dal terrore dello Stato Islamico. È un dovere dell’Europa cristiana aiutare i cristiani siriani a ricostruire il loro paese e ritrovare la loro comunità. Il modo più efficace è quello di sostenerli a livello locale – ha sottolineato il Sottosegretario, ribadendo che l’Ungheria passa i suoi aiuti direttamente alle comunità ecclesiali.
On. Zsolt Semjén, Mons. Jean-Clément Jeanbart, On. Viktor Orbán, On. Zoltán Balog
(foto: Gergely Botár / kormany.hu)
L’Arcivescovo greco-melkita il 20 dicembre ha incontrato il Premier Viktor Orbán, il Vicepremier Zsolt Semjén ed il Ministro per le risorse umane Zoltán Balog. Il Governo ungherese sosterrà con 620 milioni di fiorini (2 milioni di euro) la ricostruzione di una scuola di Aleppo che fa parte del programma educativo dell’arciveparchia greco-melkita di Aleppo e continuerà ad offrire borse di studio ai giovani siriani per poter studiare in Ungheria.
Visita di Mons. Jeanbart a Hajdúdorog (foto: Magyar Kurír)
Come ultima tappa della visita, Mons. Jean-Clément Jeanbart ha visitato l’Arcieparchia di Hajdúdorog, sede della Chiesa greco cattolica ungherese, dove ha incontrato il Metropolita Fülöp Kocsis e gli altri capi della Chiesa greco cattolica ungherese. Nel suo discorso l’Arcivescovo siriano ha spiegato che nonostante oggi le condizioni di vita siano migliori rispetto ad un anno fa, i cristiani continuano a lasciare il paese sognando un nuovo mondo. Tanti di loro purtroppo trovano solo delusione in Europa e non la vita tanto desiderata. Il Metropolita Kocsis ha affermato: “Dobbiamo fare tutto il possibile per la ricostruzione del paese e per far ritornare i cristiani in Siria. Dobbiamo dimostrare ai nostri fratelli, che non li lasciamo soli”.

L’Arcivescovo Jeanbart, dopo il suo ritorno ad Aleppo, ha ringraziato il Primo Ministro ungherese per la generosità del suo Governo. Nella sua lettera scrive: “Nel mio messaggio per l’anno nuovo ho scritto che il regalo più bello che potevo sperare, me lo ha dato Viktor Orbán. Sia benedetto il Popolo ungherese insieme al suo Primo Ministro nella pace e nella libertà”.

sabato 6 gennaio 2018

Un’epifania particolare: quarant’anni fa il ritorno della Corona di S. Stefano a Budapest


Quarant’anni fa tornava a Budapest la Corona di Santo Stefano, accolta con onori di stato: una cerimonia abbastanza insolita per un regime comunista. Il giorno dell’Epifania del 1978 si svolse un evento molto significativo che aiuta a comprendere l’importanza che la Sacra Corona tutt’ora riveste per la Nazione ungherese.
La Sacra Corona d'Ungheria nel Parlamento
La Sacra Corona, appartenuta secondo la tradizione a Santo Stefano, cinta poi da altri santi come Ladislao I e, da ultimo, il Beato Carlo d’Asburgo, negli ultimi mesi della II Guerra Mondiale venne portata in Austria per salvarla dalle distruzioni belliche e perché non cadesse nelle mani dei sovietici. Fu addirittura sotterrata e, quando i suoi custodi vennero fatti prigionieri dagli americani, gli consegnarono anche la Corona. Custodita sempre dagli americani, dapprima in diverse località europee, nel 1953 la Corona fu trasportata negli Stati Uniti, precisamente a Fort Knox. Solo negli anni 70, con l’avvio della distensione e del miglioramento delle relazioni dell’Ungheria con gli Stati Uniti, il Presidente Jimmy Carter alla fine decise di restituire i tesori reali.
Da un lato tale gesto avvenne su istanza dello stato ungherese (a pensare che dei comunisti facevano domanda per avere una corona reale, addirittura una reliquia!), dall’altro si è tenuto conto dell’importanza della Sacra Corona per la Nazione ungherese. Infatti, il Governo americano acconsentì alla restituzione solo a patto che essa venisse poi messa in mostra pubblicamente e, che alla cerimonia di consegna il capo del regime comunista ungherese János Kádár non fosse presente. E così fu.
Arrivo della S. Corona a Budapest, 5 gennaio 1978 (Foto: MTI/Pap Jenő)
La sera del 5 gennaio 1978 atterrò all’aeroporto internazionale di Budapest l’aereo speciale proveniente dagli Stati Uniti con i cimeli della Corona. Venne accolta con gli onori sovrani, con tanto di picchetto d’onore e corteo fino al Palazzo del Parlamento.
A guidare la delegazione ufficiale americana fu il ministro degli esteri Cyrus Vance che sottolineò che l’insigne reliquia veniva restituita al popolo ungherese, quindi non al Governo comunista. Della sua delegazione faceva parte anche il rabbino Artur Schneier, presidente della Appeal of Conscience Foundation e il premio Nobel ungherese Albert Szent-Györgyi.
Il giorno seguente, nel Parlamento si tenne la solenne cerimonia di consegna, ospitata dal presidente del parlamento, alla presenza, tra l’altro, del Cardinale László Lékai, arcivescovo di Esztergom, nonché dai rappresentanti delle altre confessioni religiose.
Il popolo ungherese, commosso, si recò in un vero e proprio pellegrinaggio a vedere la Sacra Corona, simbolo supremo della sua identità che, appunto, venne rinvigorita dal ritorno in terra magiara dell’insigne reliquia. In seguito, essa fu collocata nel Museo Nazionale Ungherese fino a quando, il 1 gennaio 2000, venne traslata nel Salone della Cupola del Parlamento ungherese. Anche il Preambolo della nuova Legge Fondamentale del Paese, adottata nel 2011, rende onore alla Sacra Corona “che incarna la continuità costituzionale dello Stato ungherese e l’unità nazionale”.

martedì 2 gennaio 2018

Viktor Orbán: Dobbiamo difendere la cultura cristiana dell’Europa


È stato pubblicato sul quotidiano “Magyar Idők”, prima di Natale, l’articolo del primo Ministro d’Ungheria Viktor Orbán dal titolo “Dobbiamo difendere la cultura cristiana”. Sul sito del Governo ungherese è consultabile in traduzione inglese, mentre qui ne offriamo un estratto in italiano.

 

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Dobbiamo difendere la cultura cristiana

di Viktor Orbán

 

Noi, europei viviamo, che lo ammettiamo o meno, in modo cosciente o meno, in una civiltà ordinata secondo gli insegnamenti di Cristo. Vorrei citare la nota sentenza del fu József Antall, già primo ministro d’Ungheria: in Europa persino l’ateista è cristiano. (…)

Nel Vangelo secondo Marco il secondo comandamento di Cristo suona così: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Sono in molti a citare oggi in Europa questo comandamento di Cristo. E vogliono rinfacciarci che nonostante ci confessassimo cristiani non vogliamo e non permettiamo l’insediamento in Europa di milioni di persone provenienti da altri continenti.

Dimenticano però l’altra parte del comandamento, eppure questo insegnamento è composto di due parti: dobbiamo amare il prossimo ma dobbiamo amare pure noi stessi. Amare noi stessi vuol dire anche di accettare e difendere tutto ciò che noi siamo. Amare noi stessi vuol dire di amare la nostra patria, la nostra nazione, la nostra famiglia, la cultura ungherese e la civiltà europea. È in questo contesto che la nostra libertà, la libertà ungherese si è sviluppata e potrà svilupparsi ancora. (…)

Quando fissiamo i limiti della nostra identità indichiamo nella cultura cristiana la fonte del nostro orgoglio e la forza che ci sostiene. Il cristianesimo è cultura e civiltà. Viviamo in esso. Non si tratta del fatto quanti ci vadano in chiesa o quanti preghino in modo sincero. La cultura è una realtà quotidiana: come parliamo, come ci comportiamo tra di noi, quanta distanza manteniamo o quanto ci avviciniamo tra di noi, come entriamo e come lasciamo questo mondo. Per gli europei è la cultura cristiana a determinare la morale quotidiana. In situazioni limite è questa che ci fornisce metro di valutazione e direzione. È la cultura cristiana a guidarci tra le contraddizioni della vita, a determinare il nostro modo di pensare sulla giustizia e sull’ingiustizia, sul rapporto tra uomo e donna, sulla famiglia, sul successo, sul lavoro e sull’onore.

La nostra cultura è la cultura della vita. Il nostro punto di partenza, l’alfa e l’omega della nostra filosofia di vita è il valore della vita, la dignità di ogni persona ricevuta da Dio. Senza ciò non saremmo in grado di apprezzare neanche i “diritti dell’uomo” e altri simili concetti moderni. È per questo che ci chiediamo se quest’ultimi siano esportabili nella vita di altre civiltà, costruite su diversi pilastri.

Le fondamenta della vita europea ora sono sotto attacco. (…) Non vogliamo che i nostri mercatini di Natale debbano cambiare nome, e ancor di meno vogliamo ritirarci dietro a dei blocchi di cemento. Non vogliamo che i nostri figli siano privati dalla gioia dell’aspettare San Nicola e gli angeli. Non vogliamo che ci tolgano la festa della Risurrezione. Non vogliamo che le nostre solenni celebrazioni religiose siano accompagnate da preoccupazione e paura. Non vogliamo che nella folla festosa di Capodanno le nostre donne, le nostre figlie siano molestate.

Noi europei siamo cristiani. Tutto ciò è nostro, è così che viviamo. per noi finora è stato naturale che Gesù nasce, muore per noi sulla croce e poi risorge. Le nostre feste sono per noi ovvie e ci aspettiamo da esse che diano un senso al quotidiano. La cultura somiglia al sistema immunitario del corpo umano: finché funziona non ci si accorge neanche. Ci si accorge e diventa importante quando esso s’indebolisce. Quando le croci vengono cancellate, quando dalla statua di papa Giovanni Paolo II vogliono togliere la croce, quando vogliono che cambiassimo il nostro modo di celebrare le nostre feste allora i cittadini europei perbene se la prendono. Persino quelli il cui cristianesimo, per dirlo con il poeta Gyula Juhász, è “un paganesimo all’acqua santa”. Ma anche quanti, come Oriana Fallaci, si preoccupano per l’Europa da “atei cristiani”.

In questo momento ad essere sotto attacco sono le fondamenta della nostra vita, del nostro mondo. Il sistema immunitario dell’Europa viene coscientemente indebolita. Vorrebbero che non fossimo più quelli che siamo. Vorrebbero che diventassimo ciò che non vorremmo essere. Vorrebbero che ci mescolassimo con popoli venuti da altri continenti e, per rendere meno problematico il processo, a cambiare dovremmo essere noi. Al lume delle candele del Natale si vede benissimo che attaccando la cultura cristiana intenderebbero anche distruggere l’Europa. Vorrebbero toglierci il nostro modo di vivere e vorrebbero farcelo cambiare con qualcosa che non è il nostro. (…)

Non possiamo certo affermare che la cultura cristiana sia la più perfetta. Ma la chiave della cultura cristiana è proprio questa: siamo coscienti dell’imperfezione, pure della nostra propria imperfezione, ma abbiamo imparato a conviverci, a trarne ispirazione e forza. È per questo che noi europei ci sforziamo da secoli a migliorare il mondo. Il dono dell’imperfezione consiste proprio nella possibilità di migliorare. È anche questa possibilità che ci vorrebbero togliere quanti, con la promessa di un bel mondo nuovo mescolato vorrebbero distruggere ciò che i nostri avi hanno difeso, se necessario, col proprio sangue, e che proprio per questo noi abbiamo il dovere di tramandare come eredità. (…)

L’anno 2017 ha posto una sfida storica ai paesi europei. Le nazioni europee libere, i governi nazionali eletti da cittadini liberi hanno ora un nuovo compito: devono difendere la cultura cristiana. Non tanto contro qualcun’atro, ma piuttosto in difesa di noi stessi, delle nostre famiglie, delle nostre nazioni, dei nostri paesi e di un’Europa “patria delle patrie”.

 


lunedì 1 gennaio 2018

Esposizione 100 presepi – partecipazione ungherese


Anche in questo tempo di Natale l’Ungheria partecipa alla Esposizione Internazionale “100 Presepi”, giunta alla sua 42ma edizione.
I presepi ungheresi esposti alla mostra
Questa volta sono stati selezionati cinque presepi artigianali ungheresi, grazie all’interessamento della Fondazione per l’Artigianato Ungherese (AMKA), promotrice della 24ma mostra dei presepi di Budapest, e l’Ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede.
Presepio di Julianna Gelencsér
All’inaugurazione della mostra, il 23 novembre, ha partecipato anche la Signora Éva Bedőné, autrice di una delle opere esposte, e ha avuto modo di salutare di persona la Direttrice Mariacarla Menaglia.

Scena natalizia in pizzo di Éva Bedőné
Il presepio fatto in pizzo su figure di vetro della Signora Bedő è accompagnato alla mostra da una grotta della Natività, fatta di legno, con figure di foglie di granoturco della Signora Julianna Gelencsér, dalla scena tagliata in un candeliere in onice del Sig. Ferenc Nemes, dal vetro dipinto dei Re Magi di Anna Heiling, nonché da un presepio particolare, eseguito dalla Signora Eszter Daruné, con delle scene natalizie dipinte su uova che al termine della mostra l’autrice presenterà come omaggio a Papa Francesco.
Natività di Ferenc Nemes
I Re Magi di Anna Heiling
Uova dipinte di Eszter Daruné


venerdì 29 dicembre 2017

La visita ad limina dei vescovi ungheresi


Nel 2017 uno degli eventi principali per la Conferenza Episcopale Ungherese è stata la visita ad limina, compiuta tra il 20-24 novembre. La settimana di incontri e visite a Roma e in Vaticano si è aperta subito con l’udienza con Santo Padre il 20 novembre. Nelle scorse settimane i presuli ungheresi hanno riferito delle loro esperienze ai microfoni del Programma Ungherese di Radio Vaticana.
I membri della Conferenza Episcopale Ungherese in udienza dal Santo Padre
(foto: OR/Magyar Kurír)
È stata una conversazione spontanea e cordiale, a detta dei vescovi ungheresi, quella avuta con Papa Francesco. Hanno anche voluto sottolineare la sintonia con il Papa sperimentato circa i temi toccati durante l’udienza.

Una delle tematiche meglio approfondite con il Santo Padre è stata quella della situazione del cristianesimo in Occidente. Mons. Gyula Márfi, Arcivescovo di Veszprém ha sollevato il tema del pericolo della scristianizzazione e dell’islamizzazione dell’Europa. Il Papa Francesco ha evidenziato al riguardo la necessità di essere non solo miti ma anche prudenti, e ha assicurato di essere cosciente dei rischi della situazione. Addirittura, secondo Mons. János Székely, Vescovo di Szombathely, non è stato molto usuale sentire come il Papa sia anche preoccupato al riguardo.

Il Santo Padre ha detto molto apertamente – come ne ha riferito Mons. László Kiss-Rigó di Szeged-Csanád che quanto avviene nell’Europa Occidentale può qualificarsi come colonizzazione ideologica e culturale, alla quale è necessario opporre resistenza e difendersi. Sarebbe fondamentale, ha detto Papa Francesco ai vescovi ungheresi, la presa di coscienza in Occidente delle proprie radici cristiane, altrimenti le nazioni perdono le proprie difese immunitarie e non ci sarà più l’Europa. Il Papa ha parlato anche del rischio di scambiare l’unità o l’uguaglianza con l’uniformità, come nel caso dell’ideologia del gender. Secondo Mons. András Veres, Presidente della Conferenza Episcopale il Papa ha espressamente detto che bisogna preservare le specificità della propria identità nazionale e l’Europa non dovrebbe essere come una sfera omogenea, ma dovrebbe piuttosto somigliare ad un poliedro con le sue sfaccettature diverse.

“Siamo stati incoraggiati dal Santo Padre – ha specificato il Cardinale Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest – per quanto riguarda l’apprezzamento dei valori e dell’identità culturale dei singoli popoli europei. Quindi il futuro dell’Europa non è la perdita dell’identità delle nazioni, ma il mutuo riconoscimento ed apprezzamento, con una gratitudine nei confronti del Creatore che ha permesso lo sviluppo di questa molteplicità riconciliata che riesce a collaborare e trovare sinergie.”
Messa dei vescovi ungheresi nelle Grotte Vaticane
Un altro tema importante è stato quello delle esperienze con le chiese cristiane perseguitate, perché “in Ungheria arrivano non tanto profughi cristiani, ma i patriarchi e vescovi orientali del Medio Orientali o vescovi della Nigeria, che raccontano in modo molto concreto la situazione dei cristiani del loro Paese” – ha raccontato il Card. Erdő. “Anche in Ungheria arrivano dei profughi, seppur pochi ultimamente, ma trovano sempre una accoglienza da parte delle strutture ecclesiali. E abbiamo una accoglienza ben organizzata per gli studenti cristiani che nei loro Paesi sono perseguitati. Li abbiamo accolti nelle nostre comunità ecclesiali.”

Il Primate d’Ungheria ha illustrato al Papa come in Ungheria si siano aperte “nuove possibilità per la Chiesa, grazie ai cambiamenti nella legislazione del Paese, e in seguito all’accordo tra la Santa Sede e l’Ungheria firmato nel 2013. L’introduzione nella scuola dell’obbligo dell’insegnamento di religione o, in alternativa quello dell’etica civile, presenta una sfida missionaria per la Chiesa in Ungheria: la maggioranza dei genitori opta per la religione, anche se loro stessi non sono praticanti. Solo a Budapest ci sono 8000 ragazzi nelle scuole che sono iscritti a religione pur non essendo ancora neanche battezzati. Sono circa 500 i catechisti laici che insegnano nelle scuole pubbliche con il mandato ecclesiale.”

Mons. András Veres ha evidenziato come in Ungheria si assista ad una sorta di rinascita della vita religiosa, specialmente per quanto concerne i pellegrinaggi e la frequentazione dei vari santuari. „Questo può essere un incentivo per trovare delle vie nuove di evangelizzazione per interpellare le persone in queste occasioni.”

Mons. Veres ha anche riferito al Papa che il Governo ungherese attuale ritiene importante il sostegno alle famiglie e, grazie alle misure adottate, sta crescendo il numero dei matrimoni e la natalità. Il tema delle famiglie è stato toccato anche da Mons. László Bíró, responsabile per la pastorale della famiglia che al Santo Padre ha sollevato la questione dell’esortazione Amoris Laetitia: per lui le parti più toccanti sono il capitolo quarto, incentrato sull’Inno alla carità di S. Paolo, e il capitolo nono sulla spiritualità della famiglia. Il Papa ha accolto con entusiasmo l’argomento dicendo che il capitolo quarto è molto vicino al suo cuore.
I presuli ungheresi in preghiera alla tomba di San Paolo
Il compito precipuo del vescovo consiste nella preghiera – è stata questa ammonizione del Papa che ha toccato di più il vescovo di Debrecen-Nyíregyháza, Mons. Ferenc Palánki. Il presule ha anche raccontato di aver riferito al Santo Padre della testimonianza comune che i tre vescovi della città di Debrecen cercano di rendere al mondo: il vescovo di rito latino, il metropolita greco-cattolico e il vescovo calvinista-riformato si trovano tra di loro ogni mese, si ascoltano e si aiutano a vicenda, rallegrandosi gli uni dei successi dell’altro. Insomma, i fedeli della regione possono affermare al vederli che si vogliono veramente bene per presentare insieme il volto di Cristo che è il volto dell’amore.

Tra i problemi e le sfide il Card. Péter Erdő e Mons. János Székely hanno menzionato al Papa l’integrazione sociale dei rom, che costituiscono l’8% della popolazione. Per loro ci sono già delle strutture pastorali, ci sono centri di formazione di responsabili laici zingari che lavorano quindi nelle loro comunità. È stato recentemente completata la traduzione della Bibbia nella lingua lovari, più diffusa tra i rom in Ungheria. Questo significa molto per una lingua piccola, perché comporta una riflessione e l’approfondimento della terminologia. “Adesso abbiamo consegnato al Santo Padre la Bibbia in lingua lovari – ha detto il Cardinale – e gli abbiamo chiesto cosa pensasse della traduzione della liturgia della S. Messa nella lingua dei rom, perché noi crediamo che dopo la Bibbia la terminologia di questa lingua sia già sufficientemente sviluppata. Il Papa ci ha incoraggiati con grande gioia: dovete procedere, questa è la via giusta, devono avere anche loro la liturgia.”
Una Bibbia nella lingua dei rom consegnata al Papa
(foto: OR/Magyar Kurír)
Prima dell’udienza il Santo Padre ha benedetto la croce missionaria che nei prossimi mesi inizierà un pellegrinaggio nelle varie regioni dell’Europa Centrale in vista del Congresso Eucaristico Internazionale di Budapest, nel 2020. La croce, creata dal maestro Csaba Ozsvári (1963-2009) ancora per le missioni cittadine del 2007, è alta tre metri, in legno di quercia, ricoperta di lamine di bronzo. Custodisce al centro la reliquia della Vera Croce e, intorno, le reliquie di vari santi e beati ungheresi.

I venti membri della Conferenza Episcopale hanno visitato le varie istituzioni ecclesiali ungheresi dell’Urbe e hanno celebrato la S. Messa nella Cappella Magna Domina Hungarorum, vicino alla tomba dell’Apostolo Pietro, nonché alla tomba dell’apostolo Paolo.
La croce del Congresso Eucaristico Internazionale di Budapest
benedetta da Papa Francesco
(foto: OR/Magyar Kurír)

lunedì 25 dicembre 2017

Buon Natale 2017



Presepe artigianale ungherese donato al Museo del Presepio di Roma

"È con commozione che leggiamo sulle prime pagine della Bibbia che il Creatore ha affidato all’uomo gli esseri viventi della terra. Sarebbe però un compito troppo gravoso conoscere e cogliere con l’intelletto tutto il creato in tutte le sue sfaccettature. Ci proviamo certo a descrivere in qualche modo, con le nostre categorie umane, l’universo che ci circonda ma in ogni epoca ci rendiamo conto che i nostri concetti sono insufficienti e dobbiamo trovare un altro approccio, anche diverso, alle cose. Adesso stiamo vivendo il tempo di siffatti cambiamenti. Ne sentiamo gli effetti in quanto molti rinunciano a cercare le profonde connessioni, altri provano a proseguire nella ricerca seguendo esclusivamente le regole di una professione, moltissimi, invece, pensano che non valga neanche la pena di occuparsi di tali questioni e bisogna piuttosto vivere per l’attimo. Furono forse altrettanto gravi le angosce che albergavano negli animi ai tempi di Virgilio che scrisse la sua famosa IV Ecloga dalla quale traspare un’angoscia e un desiderio, che deve nascere Qualcuno che cambi le sorti del mondo, che dissipi le tenebre della paura. Da cristiani è bello credere e sapere, che noi uomini non siamo soli. È stato l’Onnipotente stesso a prendersi cura di noi. È questo che celebriamo a Natale, è questo che percepiamo accanto al presepe del Bambino di Betlemme. Poiché è Lui la luce che illumina ogni uomo e che è venuto nel mondo."

(Tratto dall'articolo del Card. Péter Erdő, Láttuk csillagát, in: Magyar Hírlap, 23 dicembre 2017)


domenica 17 dicembre 2017

I vescovi dell’Europa Centro-Orientale aiutano i profughi in Medio Oriente

Le Conferenze Episcopali di cinque paesi dell’Europa Centro-Orientale hanno annunciato, il 4 dicembre scorso a Budapest, un gesto altamente significativo di concreta solidarietà con i profughi del Medio Oriente. Gli episcopati di Croazia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno deciso di offrire il sostegno comune alla Caritas libanese, a favore dei profughi e dei bisognosi assistiti da essa.
I rappresentanti degli episcopati di Croazia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria
con P. Paul Karam a Budapest (foto: Attila Lambert / Magyar Kurír)
Alla conferenza stampa tenutasi nella sede della Conferenza Episcopale Ungherese il Cardinale Péter Erdő, Primate d’Ungheria ha spiegato che gli episcopati dell’Europa Centro-Orientale collaborano ormai da un decennio, al fine di trovare insieme delle soluzioni, basate sull’insegnamento della Chiesa, ai problemi sociali e pastorali specifici della loro regione.

Durante il loro incontro dello scorso ottobre hanno condiviso quanto già allora stavano facendo individualmente a favore dei profughi e hanno deciso di organizzare un’iniziativa comune a favore dei profughi che si trovano nel Libano in attesa di poter tornare nelle loro case.

“I vescovi del Medio Oriente spesso ci chiedevano di non incentivare i cristiani a lasciare la loro terra, poiché una volta partiti non ci torneranno più. Invece, ci hanno chiesto di aiutarli a sopravvivere la guerra” – ha ribadito Mons. András Veres, Vescovo di Győr e Presidente della Conferenza Episcopale Ungherese.

Mons. Stanislav Zvolenský, Arcivescovo di Bratislava e Presidente della Conferenza Episcopale della Slovacchia ha ricordato che non era la prima volta che i cattolici della Slovacchia aiutavano i cristiani del Medio Oriente, raccogliendo fondi per un milione di euro.

Mons. Stanisław Gądecki Arcivescovo di Posnań e Presidente della Conferenza Episcopale Polacca ha parlato delle sue esperienze in Iraq, Siria e Libano e degli aiuti polacchi volti ad assicurare dei servizi sanitari in questi paesi.

Mons. Jan Graubner Arcivescovo di Olomouc e Vicepresidente della Conferenza Episcopale della Repubblica Ceca ha raccontato dei suoi sacerdoti che hanno fatto la raccolta a favore dei confratelli in Iraq e hanno donato un autobus e un’ambulanza ai profughi curdi.

A nome dei vescovi croati Mons. Fabijan Svalina, Direttore di Caritas Croazia, ha rievocato come, durante la guerra che ha interessato la Croazia, anche loro abbiano ricevuto aiuti dai popoli vicini e adesso cercano di sostenere i cristiani del Medio Oriente.

Una parte dei fondi raccolti è stata consegnata personalmente a Padre Paul Karam, presidente della Caritas libanese. La popolazione del Libano è di circa 4,5 milioni cui si aggiungono altro circa 2 milioni di profughi siriani, iracheni e palestinesi. La sistemazione degli sfollati è un problema enorme per il paese sia dal punto di vista sociale che economico. Sono 250 mila i bambini che dovrebbero frequentare la scuola, ma gran parte di loro non ne ha la possibilità. La situazione è quindi molto difficile – ha spiegato il presidente di Caritas Libano e ringraziando per la solidarietà dei vescovi centro-europei, ha ribadito che i loro aiuti saranno destinati ai più bisognosi.