sabato 29 aprile 2017

Santa Messa a Roma per l’anniversario del Card. Mindszenty

Card. Mindszenty
(di Tibor Rieger)
Giovedì, 4 maggio 2017, alle ore 18 verrà celebrata la Santa Messa in ricordo del Servo di Dio Cardinale József Mindszenty nella Chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio.
 
La liturgia sarà presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
 
Il servizio dell’altare sarà svolto, come da tradizione, dagli alunni del Pontificio Collegio Germanico-Ungarico, cui la chiesa appartiene. Quest’anno parteciperà il Coro “Benedictus” della Concattedrale di Kecskemét e l’Orchestra da camera “Sándor Lakó” di Kecskemét, che dopo la messa eseguiranno alcuni brani della tradizione musicale ungherese (Liszt e Kodály).
 
Sono passati ormai 42 anni dal pio transito del Cardinale Mindszenty, avvenuto a Vienna il 6 maggio 1975. Sin dagli anni ’90 la comunità ungherese di Roma, con la collaborazione delle istituzioni ungheresi in Urbe, ne commemora l’anniversario a Santo Stefano Rotondo, già sua chiesa titolare.
 
Negli anni scorsi hanno celebrato la Messa per il Cardinale Mindszenty:

 
2000, Card. László Paskai, Primate di Ungheria, Arcivescovo di Esztergom-Budapest,

2001, Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato;

2002, Card. Casimir Szoka, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano;

2003, Mons. Péter Erdő, Primate di Ungheria, Arcivescovo di Esztergom-Budapest;

2004, Card. Dario Castrillón Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero (nella Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte a Via Giulia);

2005, Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi (Basilica di Santa Balbina);

2006, Card. Julian Herranz, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi;

2007, Card. Walter Kasper, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani;

2008, Card. Péter Erdő, Presidente della Conferenza Episcopale Ungherese e i vescovi ungheresi in visita ad limina a Roma (nella Basilica di Santa Balbina);

2009, Card. Urbano Navarrete S.J. Rettore emerito della Pontificia Università Gregoriana di Roma;

2010, Card. Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica;

2011, Card. Walter Brandmüller, Presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche;

2012, Card. José Saraiva Martins, Prefetto emerito della Congregazione per le cause dei santi;

2013, Card. Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica;

2015, Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato;

2016, Mons. Angelo Acerbi, già nunzio apostolico in Ungheria.

giovedì 27 aprile 2017

Ristrutturata la cappella della missione Rom a Esztergom


Nella città di Esztergom, antica sede primaziale ungherese e cuore dell’arcidiocesi di Budapest-Esztergom, la “Missione Beato Ceferino” per la cura pastorale dei rom, dal marzo scorso ha ormai la sua propria cappella. È stata, infatti, ristrutturata la cappella dell’ex ospizio dei poveri (antico ospizio cittadino), costruita nel 1792 come chiesa votiva dopo un epidemia di peste.

L’immobile è affidato al centro pastorale per i rom, il quale, oltre ad ospitare dei rom e delle persone disagiate, offre attività per famiglie, mamme e ragazzi. Vi fanno riferimento quattro squadre di calcio, un gruppo di ballo tradizionale, una sala studio e tante altre iniziative.
Mons. János Székely, vescovo ausiliare di Budapest-Esztergom, nel benedire la cappella dedicata alla Presentazione della Beata Vergine Maria, ha ribadito che essa è la parte più importante e più sacra di tutto l’istituto ed è il cuore di tanti programmi proposti nell’ospizio. Tutte le settimane vi si celebra la messa nella lingua rom (lovari).

I lavori, costati circa 100 mila euro sono frutto della collaborazione tra l’arcidiocesi, di persone private, del Ministero per le Risorse Umane d’Ungheria e del comune di Esztergom.

martedì 25 aprile 2017

Messa in onore di Sant’Adalberto – un santo per l’Europa centrale


È stata celebrata dal Card. Stanislaw Rylko, sulla tomba di San Giovanni Paolo II, il 24 aprile, la S. Messa in onore di Sant’Adalberto vescovo e martire. Alla liturgia, quest’anno promossa dall’Ambasciata di Polonia presso la S. Sede, hanno concelebrato sacerdoti dei diversi paesi dell’Europa centrale, e hanno assistito i capi missione dei Paesi del „Gruppo di Visegrád”, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.

Adalberto può essere considerato, infatti, un santo comune dei Paesi di Visegrád: nacque in Boemia e divenne vescovo di Praga, battezzò il futuro Santo Stefano re d’Ungheria (il quale poi gli dedicò la prima cattedrale del suo regno ad Esztergom) e subì il martirio nel territorio della Polonia, e la sua tomba si trova a Gniezno. Per un periodo visse come benedettino a Roma, presso Sant’Alessio e Bonifacio, sull’Aventino, mentre la Basilica di San Bartolomeo all’Isola oggi ne conserva alcune reliquie.
Il Card. Rylko alla messa di S. Adalberto
 
Il Cardinal Rylko ha rievocato l’omelia pronunciata da papa Giovanni Paolo II proprio a Gniezno, nel 1979: „Non vuole forse Cristo, non dispone forse lo Spirito Santo, che questo Papa – il quale porta nel suo animo profondamente impressa la storia della propria nazione dai suoi stessi inizi, ed anche la storia dei popoli fratelli e limitrofi – manifesti e confermi, in modo particolare, nella nostra epoca la loro presenza nella Chiesa e il loro peculiare contributo alla storia della cristianità? (…) Non vuole forse Cristo, non dispone forse lo Spirito Santo, che questo Papa polacco, Papa slavo, proprio ora manifesti l’unità spirituale dell’Europa cristiana?”

Proseguendo, il Cardinale ha affermato che mentre oggi sono tanti i profeti di sventura e pochi quelli della speranza, i paesi dell’Europa Centrale potrebbero aiutare l’Europa a riscoprire le proprie radici cristiane.

Anche per rispondere all’appello, pronunciato nel 1982 a Compostela da Giovanni Paolo II: “Grido con amore a te, antica Europa: Ritrova te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale, in un clima di pieno rispetto verso le altre religioni e le genuine libertà. Rendi a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Non inorgoglirti delle tue conquiste fino a dimenticare le loro possibili conseguenze negative; non deprimerti per la perdita quantitativa della tua grandezza nel mondo o per le crisi sociali e culturali che ti percorrono. Tu puoi essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo.”

lunedì 24 aprile 2017

giovedì 20 aprile 2017

Il Presidente del Parlamento ungherese al simposio “Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger/Benedetto XVI”


Si è celebrato a Varsavia, nel 12.mo anniversario della sua elezione al soglio di Pietro e in occasione del suo 90.mo genetliaco, un simposio internazionale sul concetto dello stato nell’insegnamento di Benedetto XVI.
Tra i relatori del simposio, promosso dalle Autorità statali e religiose della Polonia, in collaborazione con la Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, è intervenuto anche il presidente dell’Assemblea Nazionale Ungherese.
Riecheggiando il monito del Papa emerito sui due concetti estremisti dello Stato, L’On. László Kövér ha voluto sottolineare come la sana laicità, sostenuta da Papa Benedetto, possa aiutare l’Europa non solo a combattere tali estremismi ma anche a ritrovare la propria anima.


Relatori del simposio internazionale a Varsavia
(foto: www.fondazioneratzinger.va)
 Pubblichiamo il discorso dell’On. László Kövér in versione italiana.

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L'On. László Kövér, insignito dell'Ordine al Merito della Polonia
(foto: MTI)
Per la maggior parte dei popoli dell’Europa Centrale la questione dello Stato fu essenziale nella loro storia. La creazione, il consolidamento, la difesa o la riconquista dell’esistenza statale fu al centro delle proprie aspirazioni nazionali. L’esistenza stessa di noi, ungheresi e polacchi, per esempio, fu a rischio quando non avevamo lo Stato.

Basti rievocare le spartizioni della Polonia o quella dell’Ungheria all’epoca della conquista ottomana. Abbiamo sofferto però anche quando lo stato totalitario, arrivato su carri armati stranieri, prese in ostaggio le nostre Nazioni. Ciò che accomunava le ideologie fondative di questi stati-mostro – ossia il nazismo e il comunismo, detto con altre parole: il socialismo nazionale e quello internazionale – fu proprio la volontà di sottomettere la persona, la famiglia, la nazione, la Chiesa.

Ci riconosciamo, pertanto in quanto papa Giovanni Paolo II ha acutamente formulato nel suo discorso alle Autorità statali della Polonia il 2 giugno 1979: “la ragion d’essere dello Stato è la sovranità della nazione”.

Detto con altre parole: la missione dello Stato è quella di dare un quadro organizzativo alla vita della nazione. La nazione, invece, non è altro che il quadro fondamentale della vita della persona e della famiglia, la forma organizzativa comunitaria e organica dell’uomo, un elemento base dell’identità dell’individuo. Senza un’identità solida non esiste una coscienza stabile dei valori. Con una coscienza di valori perturbata o relativizzata viene sminuita la capacità dell’uomo di riconoscere, di realizzare e di difendere i propri interessi. Che così cadrà facilmente in balia delle diverse forze che lo vogliono sottomettere, dominare e, all’occasione, derubare. La conservazione dell’identità acquisisce, infatti, un’importanza crescente nella nostra epoca, quando sempre più mezzi tecnologici prima inimmaginabili sono ormai alla disposizione per manipolare l’identità, la coscienza e la vita dell’uomo.

Non è un caso che da grande pensatore della nostra epoca Joseph Ratzinger – Papa Benedetto XVI si è occupato in modo eminente della questione dello Stato. Ovviamente Egli l’ha affrontata da una prospettiva diversa, quella di una persona di Chiesa. Con logica cristallina ha dedotto che per adempiere la sua missione summenzionata, lo Stato ha bisogno di basi morali che però non deve inventarsi da sé. Ha quindi bisogno di un’apertura verso il trascendente, di riconoscere la verità di un ordine a se stesso superiore.

Noi centro-europei abbiamo, infatti, sofferto abbastanza per la mancanza di tutto ciò, sotto le dittature del XX secolo. I totalitarismi finora conosciuti hanno voluto, infatti, stabilire loro stessi cosa fosse la verità, imponendola alle persone e spazzando via tutto quanto avesse potuto opporsi: la nazione, la Chiesa, la famiglia.

Benedetto XVI ci ammonisce però che oggi nel mondo sta avanzando un nuovo totalitarismo: si tratta della dittatura del relativismo che non vuole creare una propria verità ma, con il relativismo, vuole uccidere il concetto stesso di verità. I mercenari di questo nuovo totalitarismo considerano tutto relativo, da adattare alle opinioni e ai desideri della maggioranza del momento che però cercano allo stesso tempo di influenzare loro stessi con i metodi dell’industria del pensiero. Secondo i relativisti un’identità solida impedirebbe alla persona di stare al passo con lo sviluppo tecnologico del XXI secolo e perciò, in nome di una dignità trans-umana, propongono una “identità fluida” per tutti.

L’identità superiore, cioè trascendente, e il desiderio umano di averla è, però indistruttibile, come sottolinea Benedetto XVI, essendoci nell’uomo per sua natura presente il senso religioso. È quindi compito fondamentale dello Stato dare spazio alla religiosità delle persone che compongono la nazione da esso rappresentata. Senza però voler imporre alcuna religione a nessuno. Ciò viene indicato da Benedetto XVI come la “sana laicità”, importante criterio auspicato per gli stati odierni.

La sana laicità accetta come partner le comunità dei credenti, quale dimensione importante dei propri cittadini. Senza il rispetto di tale principio vi è il rischio di estremismi come, da una parte, la religione di stato imposta con la forza, il cui esempio supremo è dato oggi dallo Stato Islamico (ISIS). Oppure, dall’altro lato, la menzionata dittatura del relativismo, la quale, con la scusa della tolleranza intende, in realtà, confinare in modo intollerante nel ghetto della sfera privata ogni espressione religiosa, ma soprattutto quella cristiana. Essa vuole trattare alla stessa maniera la religione dell’amore e la religione che propugna invece la conquista violenta, ritenendole ambedue irrilevanti, preparando però in questa maniera, la propria rovina.

L’ideologia del relativismo è propagata da forze che si oppongono alle comunità tradizionali, depositari d’identità, come la famiglia, la Chiesa, la nazione e lo stato-nazione. L’identità, infatti, non è solo questione filosofica o (socio-)psicologica ma, nel XXI secolo, appare come un fattore di dominio. Spesso oggi se si vuole sottomettere una popolazione non gli si occupa il territorio, ma prima la coscienza e l’identità (è ciò che Papa Francesco chiama “colonizzazione ideologica”). Altrove, invece, è lo Stato che viene annientato brutalmente (vedi il caso della Siria e della Libia).

Abbiamo, perciò, grande bisogno dello Stato oggi, con la sua organizzazione, le sue istituzioni, per dare alla difesa delle persone un quadro e degli strumenti. Mentre, in nome della globalizzazione molti vorrebbero decretare la fine degli Stati e, specialmente di quello che chiamiamo stato-nazione, Benedetto XVI sottolinea, nell’enciclica Caritas in veritate, che sia invece auspicabile il rafforzamento del ruolo e delle competenze dello Stato. Aggiungendo che non sia necessario che lo Stato abbia dappertutto le medesime caratteristiche.

Sappiamo che non è possibile fermare la globalizzazione, a meno che questo processo sempre più frenetico e incontrollato non distrugga esso stesso le proprie basi, rigettando la nostra civiltà ad un grado inferiore di nuovo primitivismo e di nuova barbarie. È, però, come insegna Benedetto XVI, responsabilità della politica imporre un ordine e dei limiti alla globalizzazione per evitare che essa vada a discapito dei poveri e delle generazioni future.

Solamente gli stati-nazione, democratici ed europei, aperti alla cooperazione internazionale, sono in grado di massimizzare i vantaggi della globalizzazione a favore degli uomini europei e di minimizzarne gli svantaggi.

Gli Stati così concepiti, all’insegna della sana laicità, sono capaci anche di restituire l’anima all’Europa, restituirgli quei valori che rappresentano l’identità del continente. Solo in pochi sono stati capaci di indicare in modo così chiaro e coraggioso il grande problema spirituale dell’Europa, e dell’Occidente in generale, come Joseph Ratzinger. L’Europa di oggi, dice, sempre più spesso sembra contestare che ci siano dei valori universali ed assoluti. Ha abbandonato non solo Dio, ma ha commesso, addirittura, una “forma singolare di apostasia da se stessa”: non è da meravigliarsi quindi se arriva a dubitare della sua stessa identità.

È una manifestazione di questo dubitare il multiculturalismo che Joseph Ratzinger ha indicato come segno di uno strano “odio di sé dell'Occidente”: esso si apre alle altre culture mentre rinnega quanto sia parte della propria identità. Colpisce il monito di Benedetto XVI per cui questa eclissi delle forze spirituali è correlata al fatto che l’Europa anche dal punto di vista etnico-demografico sembra incamminata sulla via del congedo dalla storia.

Sono quindi queste le sfide di oggi per noi, persone di fede e responsabili politici dell’Europa Centrale ed Orientale. Gli insegnamenti di papa Benedetto XVI sullo Stato possono però esserci d’ispirazione e d’incoraggiamento.

Per realizzare una politica che consideri e metta al centro la persona umana nella sua integralità, determinato dal suo essere creato e dotato di anima. Una politica che difenda e sostenga la famiglia come cellula fondamentale della società. Una politica che abbia un approccio armonico sia nei confronti dell’individuo che della società. Una politica che non consideri un ostacolo ma, invece, un’opportunità la cultura e l’identità delle nazioni. Una politica che non faccia dell’Europa un impero centralizzato e antidemocratico ma una famiglia delle nazioni libere e in cooperazione democratica tra di loro.

Ebbene, in mezzo all’odierna crisi spirituale e morale dell’Europa, hanno bisogno proprio di questa conferma i politici e le persone impegnate nella vita pubblica, convinti, con Benedetto XVI, che le basi dell’umanismo e della libertà delle nostre società sono assicurate solo dai valori cristiani. Che il ripristino del consenso morale di fondo sia la condizione della sopravvivenza dello Stato e della società. Che la lotta per il ruolo pubblico del cristianesimo sia una lotta anche per le basi dell’umanismo e dei valori umani, di cui anche lo Stato ha bisogno e che, rinunciandovi, anche il cristianesimo rinuncerebbe a se stessa. Ma così lo Stato non diverrebbe più pluralistico o più libero ma perderebbe solo le proprie fondamenta.

Mentre la politica cosiddetta di sinistra o liberale non solo rafforza, ma addirittura suscita quei problemi dei quali Benedetto XVI ci mette in guardia, una parte significativa dei politici europei, sedicenti democristiani, non credono più in un futuro cristiano. E questo aumenta la responsabilità di coloro che, invece, credono solo in esso.

Dio benedica papa Benedetto – e aiuti noi a divenire più saggi e più impegnati nella nostra vocazione.

(Traduzione italiana a cura dell’Ambasciata d’Ungheria presso la S. Sede)

Rossoporpora - INTEGRAZIONE DEI ROM: UN BUON ESEMPIO DALL’UNGHERIA


"L’ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede (con il sostegno del Fondo nazionale ungherese per la cultura e l’Istituto Balassi) ha scelto di andare controcorrente, promovendo venerdì 7 aprile a Palazzo Falconieri in via Giulia un convegno internazionale “sulla situazione dei rom in Europa – pastorale ed integrazione sociale”. 
 
Un bel resoconto dettagliato sulla Conferenza internazionale "La situazione dei rom in Europa" sul sito Rossoporpora di Giuseppe Rusconi.

lunedì 17 aprile 2017

Auguri dall'Ungheria al Papa emerito Benedetto XVI

Il Presidente dell'Ungheria, S.E. János Áder ha indirizzato una lettera di auguri a Sua Santità il Papa emerito Benedetto XVI, in occasione del suo novantesimo genetliaco.

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IL PRESIDENTE DELL’UNGHERIA

A Sua Santità
Benedetto XVI, papa emerito

Beatissimo Padre,

in occasione del Suo novantesimo genetliaco mi è gradito di porgere il mio profondo ossequio a Vostra Santità, con filiale affetto.

Viviamo dei tempi segnati da drammatici mutamenti: lo sviluppo quasi inafferrabile delle tecnologie trasforma la vita quotidiana, cambia la forma e il contenuto delle relazioni personali, cresce in misura mai vista l’interdipendenza globale, ma anche la comune responsabilità nei confronti dell’avvenire della nostra Terra. Tutto ciò pone delle sfide all’umanità alle quali non si sono ancora trovate le risposte.

Questa ricerca, poi, può lasciar spazio a delle ideologie alla moda: all’opportunismo che offre soluzioni facili, mettendo al primo posto le proprie voglie, nonché al relativismo che mette in dubbio persino le basi morali. E, come Vostra Santità ha affermato: è molto difficile trovare in questo nostro contesto culturale l'incontro con Cristo” [Discorso ai Parroci e al Clero di Roma, 22.02.2007 – ndt.].

Possiamo dirci fortunati poiché Vostra Santità sin dall’inizio ha individuato i dilemmi della nostra epoca ed ha affermato con incrollabile certezza i principi morali importanti, che trascendono le dimensioni fatte dall’uomo, per sottolineare l’importanza della fede in Dio. Io stesso sono convinto che avremo un’Europa forte, competitiva e sostenibile, solamente se cercheremo le risposte alle sfide contemporanee nello spirito del nostro patrimonio cristiano.

Mi è di sincera gioia poter ringraziare Vostra Santità in questo insigne anniversario per la Sua opera grandiosa e lungimirante che è stato un regalo per tutti: per i fedeli cattolici, per quelli di altre religioni, ma anche per i non credenti. Il Suo magistero, duraturo nel tempo e pieno di speranza per il futuro, è stato d’indirizzo anche per la Nazione ungherese, di cui Le siamo sinceramente grati.

Mi è gradito di porgere a Vostra Santità, a nome di tutti i miei compatrioti e mio personale, auguri di buona Pasqua, di buona salute, di tanta forza e successo nella vita.

Budapest, il 10 aprile 2017

f.to
János Áder

(traduzione di cortesia dell’Ambasciata d’Ungheria presso la S. Sede)


Lettera del Presidente Áder a Papa Benedetto